Quando si sente parlare di Medioevo nei dibattiti televisivi, sui giornali o a scuola, fuoriesce l’inveterato luogo comune, per la verità considerato spesso quasi assunto dogmatico, di un’epoca oscurantista e buia. È un pregiudizio che la storiografia settecentesca ha diffuso nella produzione letteraria, pamphlettistica, giornalistica e saggistica del secolo, ma i germi di questa sarcastica denuncia della decadenza dell’epoca cristiana per eccellenza hanno infestato i secoli seguenti, giungendo fino a noi. La storiografia più recente, guidata da quella Regine Pernoud che è stata definita la «Signora Medioevo», ha sfatato questo mito negativo e molte pubblicazioni hanno iniziato a rendere merito a un’epoca di fioritura economica, tecnologica, scientifica, artistica e letteraria. Nella cultura comune, però, l’immagine dei «secoli bui» è ben lungi dal morire. La visione dominante è, infatti, quella che lo scrittore Umberto Eco ha trasmesso ne Il nome della rosa: superstizione, roghi, streghe, ignoranza, chiesa corrotta ed eresie sono gli ingredienti dominanti per un mondo di intrighi che sembra più rispondere ad esigenze costruttive di un giallo che ad un’ipotesi di ricostruzione storica veritiera. Così, anche a scuola, la pressoché totalità degli studenti conosce questo Medioevo da Nome della rosa, proprio perché  gran parte del mondo dei professori continua a trasmettere nelle proprie lezioni una tale immagine preconfezionata.