Nel primo mese di scuola della quinta superiore la maggior parte degli studenti in Italia studia uno dei massimi poeti di sempre: Giacomo Leopardi. Quando si presenta la figura di Leopardi nelle classi, bisogna fin da subito sfrondare i pregiudizi a cui i ragazzi sembrano essere affezionati quando si parla dello scrittore, pregiudizi preconfezionati da tanta letteratura, da tanti «intellettuali che sanno», da molti professori che si accontentano del giudizio altrui su un autore, senza cercare di incontrarlo con il proprio cuore, come si incontra qualcuno che si aspetta da gran tempo. Ecco allora che dopo alcune lezioni incentrate sulla natura della domanda di felicità espressa in maniera geniale dal poeta, i ragazzi iniziano  a riscontrare una corrispondenza tra il desiderio espresso nelle pagine del Recanatese e il proprio cuore e ad avvertire una dissonanza tra quanto hanno sentito o letto e la parola che più incombe in maniera immeritata su tutta la produzione leopardiana: la parola pessimismo.

Questa parola è come una frana  che cade dal monte sul bel paesino che è a valle, portando distruzione e rovina in tutto ciò che incontra, non lasciando altro che devastazione cosicché della bellezza che c’era prima in quel luogo nulla più rimane. Lo stesso accade per qualsiasi autore che venga bollato di «pessimista», nel gergo dei ragazzi «lo sfigato»: l’espressione all’istante incenerisce  la bontà delle intuizioni e del pensiero e cancella la bellezza della poesia. Le semplificazioni riducono la complessità dell’animo, le domande del cuore.

Si tratterà, allora, di scoprire se non sia più adeguato il termine realismo per gran parte dell’esplorazione umana compiuta da Leopardi sul cuore dell’uomo. Se di fronte a tante pagine dello Zibaldone, i ragazzi sentono una vicinanza, una sintonia, un calore, la percezione che quanto loro avevano nel cuore è stato espresso in maniera più lucida, chiara (perché il genio esprime meglio di noi ciò che noi sentiamo vero, ma non riusciremmo a tradurre in immagini, parole, musica), sarà il segno  che sul piano della descrizione e rappresentazione dell’animo umano Leopardi ha raggiunto un livello di semplicità (nel senso di non doppiezza e falsità) e, nel contempo, profondità rari, se non unici. Se, poi, molte sue conclusioni sono similari a quelle di un libro veterotestamentario come il Qoelet o a quelle di un autore cattolico come il Manzoni significherà pure che c’è grande sintonia tra la visione antropologica giudaico – cristiana e quella leopardiana, almeno nelle premesse e nell’impostazione del problema.