Zygmunt Bauman precisa: «I nostri antenati descrivevano la libertà come una condizione in cui un uomo non si sente dire ciò che deve fare e non è costretto a fare quello che preferirebbe non fare; in base a tale definizione la situazione della maggior parte di noi, oggi, apparirebbe ai loro occhi come l’incarnazione della libertà. Ciò che non erano i grado di prevedere era che la libertà come la concepivano sarebbe arrivata con il cartellino del prezzo attaccato, ed è un prezzo salato». E il prezzo salato è una situazione di totale insicurezza, di incertezza e di rischio a vari livelli.

 

In secondo luogo, la conoscenza ha perso l’unità di fondo, e le varie scienze l’hanno parcellizzata in modo impressionante.

Un grande amante delle scienze, ma vero filosofo come Edgar Morin, con pungente ironia, scrive quanto segue sulle conseguenze dell’intelligenza che si sviluppa solamente nelle direzioni delle scienze particolari: «L’intelligenza, parcellizzata, compartimentata, meccanicistica, disgiuntiva, riduzionistica rompe il complesso del mondo in frammenti disgiunti, fraziona i problemi, separa ciò che è legato, unidimensionalizza il multidimensionale. È un’intelligenza nello stesso tempo miope, presbite, daltonica, monocola; finisce il più delle volte per essere cieca».

L’intelligenza parcellizzata, pertanto, non comprende la realtà nella sua profondità, e rimane quindi assai lontana dalla verità.

Inoltre, la trasformazione delle conoscenze scientifiche in idoli e la considerazione dei loro asserti come oracoli costituiscono un dramma veramente tragico, dal quale i messaggi degli epistemologi, da Lakatos a Popper a Kuhn, non sono stati ancora recepiti in modo adeguato, e non hanno ancora liberato la communis opinio.

In terzo luogo, va ricordato che l’imperversare del relativismo – il quale non è altro che la forma più diffusa di nichilismo – è diventata una ideologia perversa.

Fighera scrive: «Il relativismo, che è in realtà alla base dell’imperversare delle ideologie, perché ha spazzato via ogni barlume di certezza del passato, si è tradotto nel tempo in una vera e propria ideologia che vuole colpire e eliminare dal sistema tutti coloro che si fanno ancora portavoci dell’esistenza di una verità. Ne è un emblema evidente l’apparato massmediatico che censura spesso il pensiero forte e valorizza quello debole».

La cultura contemporanea, come è stato giustamente detto, è l’espressione di una vera e propria «dittatura del relativismo».

Dicevamo sopra che il relativismo non è se non la forma più diffusa del nichilismo. Infatti, il relativismo considera tutte le idee di uguale valore, per il fatto che nessuna esprime verità, ma ciascuna di esse corrisponde a qualcosa che non vale nulla, ossia come qualcosa che vale «zero». Di conseguenza, tutte le idee sono uguali nel non valere nulla, ossia nell’essere tutte uguali a zero.

A questo si giunge, se si nega la verità e la sua funzione determinante nella vita e nelle ricerche dell’uomo.

L’ideologia scientistica è sorretta soprattutto dall’ideologia tecnicistica.

L’uomo moderno si è convinto che con la scienza e con la tecnica potrà risolvere tutti i problemi che lo assillano, e per questo si deve cercare di realizzare tutte le possibilità che la scienza e la tecnica offrono.

Lorenz giustamente diceva: «La semplice possibilità tecnica di realizzare un determinato progetto viene scambiata con il dovere di porlo effettivamente in atto. Si tratta di un vero e proprio comandamento di della religione tecnocratica: tutto ciò che è in qualche modo realizzabile deve essere realizzato».

In questo modo, sono venute meno le forze di controllo e di regolazione che dal punto di vista assiologico trascendono la tecnologia e dipendono da valori superiori, con tutte le conseguenze che questo comporta, le quali più che pesano sull’uomo di oggi.

La grandezza dell’uomo consiste non nel fare tutto ciò che si può fare, ma nella giusta scelta di ciò che di deve fare, e quindi nel non fare molte cose che di per sé, con le nuove tecnologie, si potrebbero fare.

Ma, per poter realizzare questo, l’uomo deve saper dissacrare quell’idolo della tecnologia che si è costruito insieme all’idolo dello scientismo. Deve pertanto riconquistare la regola della «giusta misura», ossia del «nulla di troppo», regola aurea consacrata dai Greci.

Esprime una verità incontrovertibile quello che dice al riguardo in un aforisma Nocolás Gómez Dávila: «L’uomo finirà per distruggersi, se non rinuncerà all’ambizione di realizzare tutto quello che può».

Soprattutto a partire dall’età illuministica l’uomo si è convinto che con il progresso costruirà un futuro perfetto, un Paradiso terrestre.

Fighera scrive: «Con atteggiamento prometeico l’illuminismo si avvale del nuovo fuoco (la ragione) per contrapporsi al cielo, di cui pensa ormai di poter fare a meno. In Terra cerca di costruire il nuovo mondo e per questo si istruisce, diventa erudito, poligrafo e poliglotta, coltiva l’enciclopedismo e tende  al cosmopolitismo. Non è più cittadino di una patria, ma appartenente al mondo intero, degna cornice in cui lui possa abitare. Convinto di un futuro perfetto, in cui tutti i limiti umani potranno essere superati…».

Ma oggi si sta verificando proprio il contrario: è ormai crollata la fiducia nel progresso e nel futuro, che la scienza e la tecnica avrebbero garantito.

Miguel Benasayag e Gérard Schmit scrivono nel loro libro L’epoca delle passioni tristi: «Tutta la cultura moderna si è fondata […] su una credenza fondamentale: il futuro era promesso come una specie di redenzione laica, di messianismo ateo. Ma questa promessa non è stata mantenuta. Ecco perché la crisi attuale è diversa dalle altre a cui l’Occidente ha saputo adattarsi: si tratta di una crisi dei fondamenti stessi della nostra civiltà».

Dopo aver abbandonato la fede nell’al di là, l’uomo ha perso o comunque sta perdendo anche la fiducia nel progresso nell’al di qua, e si trova, quindi, in una situazione drammatica, in quanto non sa più in che cosa credere.

Per questo motivo l’uomo è colpito da mali dell’anima e da depressioni spirituali, che nella storia non si erano mai verificate. E sono mali che la scienza e la tecnica sono ben lontane dal poter curare.

Fighera mette poi in luce quella «fuga dalla realtà» che l’uomo cerca di mettere in atto per liberarsi dai suoi mali: «Il mondo e la realtà, una volta deprivati del senso e del mistero, appaiono assurdi e piccoli, inadeguati all’uomo e alla sua capacità di infinito. […] Si capisce allora come l’uomo contemporaneo abbia cercato in molteplici forme l’evasione dalla realtà, in mondi illusori, fittizi, virtuali».

Questa è la conseguenza dello smarrimento del senso dei valori e degli ideali, che soli sono in grado di dare un preciso senso alla vita. Zygmunt Bauman scrive: «Non è la pressione soverchia di un ideale irraggiungibile che tormenta gli uomini e le donne del nostro tempo, quanto l’assenza di ideali: la penuria di ricette eindeutig, univoche, per una vita decente, di punti di riferimento fissi e stabili, di una destinazione prevedibile per l’itinerario della vita. La depressione mentale – questo sentimento di impotenza e di incapacità di agire, e soprattutto di agire razionalmente, e di inadeguatezza rispetto ai compiti della vita – diviene la malattia emblematica della nostra epoca tardomoderna o postmoderna».

Infine, c’è un’idea particolarmente importante che emerge più volte nel corso del libro, in modo implicito o esplicito, su cui vorrei soffermarmi, perché, da un certo punto di vista, è la più importante.

Si è smarrito il senso dell’uomo come persona, e si è sostituito quello dell’uomo come «individuo», come «singolo», con tutta una serie di conseguenze che ne derivano.

Viene perduto il vero senso del sociale e del politico in senso forte, e l’individuo non è più in grado di essere un vero «cittadino». Le vite degli uomini si riducono, come è stato ben detto, a «consorzi di egoismi». Bauman precisa: «Se l’individuo è il peggior nemico del cittadino, e se l’individualizzazione è foriera di guai per la cittadinanza e per la politica basata su di essa, è perché gli interessi e le preoccupazioni degli individui in quanto tali riempiono lo spazio pubblico proclamandosi i soli legittimi occupanti ed escludendo ogni altra cosa dal discorso pubblico».

L’uomo come individuo in senso estremo diventa un «solitario», che sa vivere solo per sé e non per gli altri. Perciò, dice ancora Bauman: «Gli individui oggi entrano nell’agorà solo per trovarsi in compagnia di altri individui solitari come loro, e tornano alle proprie case con una solitudine corroborata e ribadita».

Ma è proprio il ricupero del concetto di «persona» che risolverebbe il problema.

L’uomo come persona costituisce la più profonda idea sull’uomo del messaggio biblico-cristiano.

L’uomo, infatti, come viene detto nella Bibbia, è stato fatto «a immagine e somiglianza con Dio».

Che cosa significa questo?

Molti, come è noto, puntano sull’intelligenza per dare una risposta al problema. Ma, in realtà, l’«immagine» e la «somiglianza» dell’uomo con Dio esprimono qualcosa di ancor più elevato rispetto all’intelligenza.

Dio ha creato l’uomo facendolo a immagine di se stesso come «comunione di Persone (Trinità)», «reciproca donazione».

L’uomo, dice giustamente Fighera «si può conoscere e riavere solo nel rapporto con l’altro, proprio perché l’io è un rapporto strutturale con un tu».

La «comunione di Persone (Trinità)» e la «reciproca donazione» si realizzano nel vero amore, nell’amore donativo. Agostino scrive: «“Sì – qualcuno potrebbe dire –, io vedo l’amore, e per quanto posso lo scorgo per mezzo della mente, e credo alla Scrittura che dice: Perché Dio è amore, e chi rimane nella nell’amore, rimane in Dio; ma quando lo vedo, non vedo in esso la Trinità”». Ed ecco la risposta di Agostino: «Al contrario! Tu vedi la Trinità, se vedi l’amore».

Giungiamo così alle conclusioni.

L’uomo, come dimostra la sua storia, soprattutto in questa età post-moderna, non è autosufficiente, non basta a se stesso, nel senso che non è in grado di salvarsi da solo.

Bisogna fondare un nuovo umanesimo.

Fighera precisa: «Quale umanesimo è, dunque, oggi possibile? Un umanesimo che riscopra l’uomo nella riscoperta di un Padre, Dio, che si è rivelato come amore, che si riappropri della legge morale universale nel coraggio di guardare di nuovo alla ragione umana».

Possiamo concludere in modo ancora più forte dal punto di vista metafisico, per sottolineare la necessità del «Padre» per la salvezza dell’uomo con Nocolás Gómez Dávila: «Dio non è oggetto della mia ragione, della mia sensibilità, bensì del mio essere. Dio esiste per me nell’atto stesso in cui esisto io».

Giovanni Reale