Nel numero di ottobre della rivista “Studi cattolici”, nella sezione filosofia, viene pubblicata la prefazione di Giovanni Reale al libro “Che cos’è mai l’uomo, perchè di lui ti ricordi? L’io, la crisi, la speranza”.

 

Questo libro di Giovanni Fighera entra nel vivo della crisi della modernità, e analizza i fondamenti che l’hanno prodotta e che tuttora ne producono gli sviluppi in modo veramente impressionante. Fighera si fonda soprattutto su testi di poeti e di letterati, che dimostra di conoscere molto bene, citando in modo puntuale molti loro passi particolarmente significativi.

Noi qui, per complemento, citeremo dei pensatori e sociologi che confermano pienamente le sue tesi. Non seguiremo le linee dello sviluppo storico che l’autore illustra, ma cercheremo di mettere in evidenza le idee di fondo che emergono, che ci sembrano essere soprattutto le seguenti sette, che innervano e rendono compatte le sue ampie e dettagliate analisi.

In primo luogo, a più riprese e secondo differenti angolature, Fighera indica nella libertà eslege, portata ai limiti estremi, e quindi sciolta dalla Verità e dai valori, uno dei principali fondamenti della crisi della modernità. Scrive infatti: «Oggi c’è una totale esaltazione di una libertà personale, svincolata dalla verità, come sorgente del bene e del male, con la conseguenza di una totale svalutazione della libertà stessa, di una separazione tra ordine etico e salvezza».

Il primo filosofo che ha ben compreso questo è stato Platone nella Repubblica, dove dimostra come l’eccesso di libertà distrugge la libertà stessa e si rovescia nel suo contrario.

Nocolás Gómez Dávila, in un mordace aforisma, scrive: «La libertà non è un fine, è un mezzo. Chi la scambia per un fine, quando la ottiene, non sa che farsene».