Il relativismo culturale dal campo della conoscenza ha investito nel tempo il campo etico. In assenza del bene e del male, ogni azione umana è arbitraria e soggettiva, cioè valutabile esclusivamente a partire da criteri personali del soggetto che l’ha compiuta. L’azione non è più buona in sé, ma in relazione al fine e agli obiettivi che chi la compie si è prefissato. Il passaggio dal relativismo gnoseologico ed etico a quello estetico è immediato. Se bello, buono e vero coincidono, in mancanza di un bene e di un vero oggettivi, anche il bello perde uno statuto di esistenza.

 

Non c’è proprio più nulla allora che possa distinguere l’uomo dalla bestia e l’homo religiosus è definitivamente ridotto a homo oeconomicus. L’uomo non è più domanda di Infinito, esigenza di felicità, di amore, di bellezza, ma è materia pensante, non dissimile dalle bestie, se non perché più avanti nella linea evolutiva e perché più cattivo. Questo è il pensiero che viene inoculato nei giovani, già nelle scuole attraverso lo studio di quei «grandi» della cultura che si propongono come pilastri del pensiero e del progresso, da Montaigne («siamo come api») a Malthus (troppi uomini abitano la Terra) a Darwin (il disegnino dell’uomo che deriva dalle scimmie inculcato nei bimbi fin dalle elementari) a Zola (i sentimenti umani come semplici reazioni chimiche) fino a Lévi Strauss (l’uomo solo come materia pensante). Anche la natura del desiderio è così ridotta alla stregua dei bisogni materiali. Il giovane si ritrova così, dai 14 ai 20 anni, complice la cultura dominante distillata gradualmente e la scuola, pressoché ateo o agnostico o del tutto disinteressato alla questione del destino.

Quella di oggi è una gaia disperazione, propria di un uomo che, pensando di poter fare a meno di Dio, deve anche dimenticarsi del destino. Vuole vivere sereno, tranquillo, ottimista, anche se senza ragioni di speranza. Il modello umano di divo idolatrato proposto dai mass media contemporanei è un uomo non impegnato con il reale, in apparenza  solare, che non sente il peso della vita, non comunica davvero, non si mette in relazione con gli altri, è autonomo, non ammette responsabilità, non si prende cura degli altri, ma solo di se stesso. O così almeno crede.

La leggerezza dell’io è l’altra faccia della medaglia dell’insostenibile pesantezza di una realtà divenuta incognita, inconoscibile, carcere tetro e ragnatela che impedisce di evadere. La leggerezza dell’essere è conseguenza dell’incapacità a reggere un rapporto vero con la realtà, che è diventata insopportabile, una volta che si è fatto fuori il Mistero, il Creatore, il Destino, una volta che si è soli e che ci si percepisce soli.

Così nella società abbiamo davanti a noi molti idoli, che mostrano non la verità e la bellezza, ma se stessi come risposta al bisogno e alle domande dell’uomo. Gli idoli non sono compagnia nel cammino dell’esistenza. Se lo fossero, mostrerebbero tutta la loro inconsistenza. Gli idoli sembrano affascinare per la loro presunta autonomia, per l’autosufficienza, come se fossero in grado di darsi la felicità da soli. L’uomo autentico, il giovane come l’adulto, percepisce che non ha bisogno di idoli, ma di maestri. Oggi è sempre più necessaria la presenza di maestri. Il maestro, colui che guida e che è autorevole, non rimanda a sé come risposta ai problemi della vita, ma comunica altro, indirizza al bene e conquista gli altri proprio perché non avvinghia a sé. Il maestro sprona al «desiderio del mare aperto», non si sofferma sulla noia del particolare slegato dal desiderio di navigare.

Negli ultimi secoli con la filosofia cartesiana l’attenzione è stata spostata dall’evidenza per la realtà e dallo stupore per la bellezza delle cose al dubbio, dalla contemplazione dell’oggetto alla riflessione del soggetto sul soggetto, al pensiero, all’idea. Col tempo si è arrivati ad una estremizzazione del dubbio tanto che qualche tempo fa, in una lezione in un’università italiana, un professore di filosofia sosteneva di fronte agli studenti che un atteggiamento serio avrebbe dovuto indurli a dubitare che lui stesso stesse parlando e che quella fosse una cattedra. Una studentessa ha allora alzato la mano per controbattere tali disquisizioni, sostenendo che la conseguenza più ragionevole di tale impostazione del problema sarebbe stata uscire dall’aula, dal momento che nessuno era certo che in quel momento si stesse tenendo una lezione di filosofia. In realtà la cultura, tutto il sapere, tutto il progresso scientifico sono basati sulla fede, ovvero sulla fiducia in quanto ci è stato tramandato.

Sempre ne Il Fu Mattia Pascal vi è un’immagine che in maniera molto chiara sottolinea l’uomo contemporaneo. L’uomo antico è rappresentato dalla figura di Oreste, che si sta vendicando della morte del padre Agamennone ucciso dall’amante della madre, Egisto. Se Oreste nel momento della vendetta vedesse strapparsi il cielo di carta del teatro di marionette, il suo sguardo andrebbe tutto a quello strappo. Sarebbe preso dal dubbio e diventerebbe Amleto, l’uomo moderno. L’uomo di oggi è inerte, non sa perché muoversi, dubita, ha posto in dubbio la trascendenza.