Nelle affermazioni di Scalfari si legge quella linea di pensiero che dal medico Julien Offray de La Mettrie (1709-1751) arriva fino all’antropologo Lévi-Strauss (1908-2009).

Nel saggio L’uomo macchina (1747) il medico Julien Offray de La Mettrie descrive l’uomo come un automa, dominato soltanto dalla dimensione fisica perché «l’anima non è che un termine inutile». L’uomo sarebbe, quindi, un congegno di ingranaggi i cui meccanismi andrebbero oleati perché la macchina funzioni nel modo migliore. La felicità dell’individuo è, dunque, ridotta alla soddisfazione dei piaceri dei singoli ingranaggi. La morale umana è dominata dall’egoismo e dal libertinaggio.

L’antropologo Lévi-Strauss in Tristi tropici arriva a sostenere che perfino il mito non è portatore di un messaggio, ma frutto dell’attività cerebrale dell’uomo. Partendo da un materialismo marxista, i suoi studi mirano a dimostrare che l’uomo non sia religiosus. Quando anche le domande più profonde dell’uomo vengono fatte risalire a reazioni fisiologiche, allora non c’è proprio più nulla che possa distinguere l’uomo dalla bestia e l’homo religiosus è definitivamente ridotto a homo oeconomicus. L’uomo non è più domanda di Infinito, esigenza di felicità, di amore, di bellezza, ma è materia pensante. Anche la natura del desiderio è così ridotta alla stregua dei bisogni materiali.

Eppure proprio quando Scalfari descrive l’uomo come animato dal desiderio, coglie uno dei tratti fondamentali ed unici che ci caratterizzano, che Leopardi ha descritto così bene in tutta la sua produzione. La noia è il sentimento che denuncia in maniera inconfondibile la statura umana, l’aspirazione all’Infinito del nostro animo, la sua incapacità di accontentarsi di piaceri finiti e limitati, la necessità di incontrare un piacere infinito che corrisponda al proprio cuore. La ragione umana riconosce  questa incapacità dell’uomo a soddisfarsi, la necessità che ci si imbatta in qualcos’altro. “La perfezione della ragione consiste in conoscere la sua propria insufficienza a felicitarci”. Dobbiamo avere rispetto di questo “religioso” sentimento di insoddisfazione e di inquietudine, di questa tristezza che deriva da una tensione inesausta all’infinito, alla compiutezza e alla perfezione, di quel sentimento che Leopardi definisce laconicamente  col termine  “noia”. Essa è “in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani,… il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera; […] e sempre accusare le cose di insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e nobiltà, che si vegga della natura umana” (Pensieri, LXVIII).

Allora, prima di distinguere l’uomo per categorie, tra credenti e non credenti, tra buoni e cattivi, tra ricchi e poveri, tra tifosi e non tifosi (le categorie, capite, potrebbero essere infinite) mi preme sottolineare ciò che accomuna tutti noi. Di fronte all’ascolto della sinfonia n. 40 di Mozart o alla rappresentazione del Don Giovanni alla Scala o alla Cappella Sistina o ancora alla vista di un tramonto o di un cielo stellato o al ritorno dal lavoro della donna a cui ci siamo uniti per tutta la vita, noi sobbalziamo, rimaniamo estasiati e stupiti. Per usare le parole di Odincova, personaggio del romanzo di I. Turgenev Padri e figli, “anche quando godiamo […] di una musica, di una buona serata, della  conversazione con gente simpatica, […] tutto ciò sembra piuttosto un’allusione a non so che smisurata felicità che esiste in qualche luogo, anziché una felicità reale, cioè, tale che la possediamo noi”. Siamo fatti tutti per una felicità infinita, il nostro cuore grida l’eterno, i nostri occhi bramano la bellezza. Amore, felicità, bellezza, verità sono solo pensieri che affollano le nostre menti oppure sono delle realtà incontrabili che corrispondono profondamente a quanto noi desideriamo? Come è possibile rispondere?

Attraverso l’esperienza. L’esperienza è il metodo. L’esperienza mi permette di dire che l’amore non è un pensiero, ma che per amore potrei dare la vita. L’amore non è un pensiero, perché l’uomo fa esperienza di essere amato e scopre che ama a sua volta. L’esperienza mi permette di dire che “l’umano arriva dove arriva l’amore” (Calvino, La giornata di uno scrutatore) e che “forte come la morte è l’amore” (Cantico dei cantici). L’esperienza mi permette di vedere in me un microcosmo, specchio del macrocosmo, di cogliere nella parabola della mia vita la storia della salvezza universale, di vedere nella mia breve storia l’accadimento dell’incontro con Cristo, che è uguale oggi come duemila anni fa. Non un pensiero o un discorso, ma vita presente, che palpita. La dimostrazione è evidente. Non c’è nulla che rialzi l’umano, che gli possa ridare speranza (vera speranza!), che possa ridestare il cuore inaridito se non Qualcuno che lo possa perdonare. L’uomo ha bisogno di Qualcuno che lo perdoni, di qualcuno che lo salvi. Quando facciamo davvero esperienza di noi, allora percepiamo la profondità del nostro abisso, la ferita del nostro male. Di fronte a questo male si eleva il grido: “Salvami!”. Se è vero che l’uomo è stato fatto a immagine e somiglianza di Dio e che ha il suggello del Creatore nella propria coscienza, è anche vero che Dio non è la mia coscienza. Il discorso di Mancuso rischia di deificare l’uomo, rendere inutile Dio, non riconoscere la natura reale dell’uomo, che è portata al bene, ma anche ferita dal peccato originale. Anche in questo caso, la tradizione cristiana che mi è stata insegnata trova una perfetta corrispondenza nella mia esperienza. Come si può non credere al peccato originale, qualora si guardi davvero alla propria esperienza di uomo? Se noi gridassimo davvero, potremmo fare l’esperienza della Presenza di Colui che ci salva. La speranza non è un  pensiero, caro Scalfari, si fidi. “Per sperare bisogna aver ricevuto una grande grazia” (Charles Peguy), aver sperimentato che la resurrezione di Cristo opera per me, già ora, e permette la mia redenzione fin da questo momento.

Solo due ultime riflessioni. La prima. Mancuso utilizza un passo delle Confessioni di Sant’Agostino per suffragare la sua opinione riducendo Dio alla coscienza dell’uomo. Dimentica, però, tutto il resto della storia di quell’uomo, la sua esperienza del peccato, la ricerca della verità, l’incontro con Ambrogio, la vita spesa per la Chiesa. La verità non è un concetto che possediamo, un pensiero. La verità è una persona, Gesù Cristo il figlio di Dio, che Agostino incontra. Questa è la fede di cui parla Papa Francesco, il riconoscimento di una Presenza nella propria vita, una Presenza che ti permette di ripartire sempre, in ogni circostanza.

Seconda ed ultima riflessione. Nella vita quotidiana, quella costituita di fatiche, lavoro, famiglia e quant’altro, la vera distinzione che chiunque di noi può cogliere è tra chi è animato da una grande speranza e la vive e testimonia, e chi non spera più. Se negli ambienti in cui lavoriamo incontriamo persone così, piene di speranza, le riconosciamo e in un certo senso ci attraggono o ci fanno invidia. Anche in questo caso, per verificarlo, non partiamo da ideologie, cerebralismi e schemi di pensiero, ma partiamo dalla vita, dall’esperienza.

 (pubblicato su Il sussidiario.net del 16-9-2013)