A detta di Erodoto, storiografo greco del V secolo a. C., furono gli Egizi il primo popolo antico a credere nell’immortalità dell’anima. I culti egizi di Iside e di Osiride influenzarono col tempo la cultura etrusca e, poi, quella greca. Gli antichi abitanti dell’India furono, invece, i primi a credere nella reincarnazione delle anime in altri corpi. Probabilmente proprio dalla terra del Gange potrebbero essere giunti in Occidente le prime dottrine di sapore orfico relative alla reincarnazione che troveranno poi sviluppi significativi anche nel pitagorismo e nei culti dionisiaci. La concezione platonica sull’anima sarebbe in qualche modo debitrice di queste dottrine orientali. Impossibile è ora indagare le concezioni più antiche dell’Oltremondo. Ci interessa, invece, soffermarsi su poche, ma significative manifestazioni letterarie che hanno rappresentato l’aldilà, proprio a partire da quell’Odissea omerica che costituisce idealmente il nostro punto di partenza per l’indagine sul mondo antico.

 

Nel primo poema omerico, l’Iliade, certo non mancano i riferimenti alla condizione umana e allo status animarum post mortem. Ad esempio, proprio nei primi versi del poema, leggiamo: «Canta, o dea, l’ira d’Achille Pelide,/ rovinosa, che infiniti dolori inflisse agli Achei,/ gettò in preda all’Ade molte vite gagliarde/ d’eroi, ne fece il bottino dei cani».

 

Nell’Odissea, però, la concezione dell’Ade greca ci appare più chiara. Nel libro XI, per la verità, Ulisse non discende agli Inferi, ma con un rito propiziatorio  rievoca i defunti. Il sangue delle bestie sacrificali viene fatto scorrere su una fossa, ove si affollano le anime di «giovani donne e ragazzi e vecchi che molto soffrirono,/ fanciulle tenere, dal cuore nuovo al dolore;/ e molti, squarciati dall’aste punta di bronzo,/ guerrieri uccisi in battaglia, con l’armi sporche di sangue». Il lugubre spettacolo presenta all’eroe omerico una  moltitudine di anime esangui, che recuperano per poco vitalità e parlano solo dopo aver bevuto del sangue nero sacrificato. Non c’è distinzione tra anime beate e anime dannate, tra quanti operarono o morirono per la patria e chi commise azioni delittuose. I morti sono tutti nell’Erebo come ombre impalpabili, vacuo riflesso di ciò che furono in vita, senza più, però, la speranza di vivere. Una cupa tristezza e una profonda nostalgia dominano i defunti. Nemmeno al più grande tra gli eroi greci, Achille, è riservato un destino migliore. Quando Ulisse lo vede, lo apostrofa con tali parole: «Ma di te, Achille,/ nessun eroe, né prima, né poi, più felice:/ prima da vivo t’onoravamo come gli dei/ noi Argivi, e adesso tu signoreggi tra i morti,/ quaggiù; perciò d’esser morto non t’affliggere, Achille». Sprezzando la morte e considerandola come la peggiore delle sorti, il Pelide risponde: «Non lodarmi la morte, splendido Odisseo./ Vorrei essere bifolco, servire un padrone,/ un diseredato, che non avesse ricchezza,/ piuttosto che dominare su tutte le ombre consunte». Gli eroi non godono di premi, gli ingiusti e i criminali non soffrono castighi. Le uniche anime che sono sottoposte a supplizi sono quelle dei personaggi mitologici che furono sottoposte a pene già in vita. Nell’aldilà il castigo conseguito in vita prosegue. Alla vista di Ulisse appare Tizio, disteso per terra. Due avvoltoi gli rodono il fegato senza che lui si possa difendere. Poi, si presenta Tantalo, perennemente assetato e immerso nell’acqua. Infine, Sisifo sospinge un macigno  su per la montagna, sforzo immane quanto inutile, perché, proprio quando il leggendario personaggio sta per arrivare sulla cima, il gravoso masso cade giù per il piano.

 

Di anime beate non si parla. Ulisse vede certamente il grande Ercole, ma «la parvenza sola», perché «lui tra i numi immortali/ gode il banchetto, possiede Ebe caviglia bella». Ercole non si trova nell’Erebo, ma nell’Olimpo, tra gli altri dei, non perché eroe, ma in quanto divinizzato alla fine della sua vita.

Non c’è pace neppure per i grandi nell’aldilà, non ha riposo l’anima del grande Aiace telamone, il più grande dopo Achille. Si dispera ancora il potente Agamennone che fu travolto da un tragico destino, una volta tornato in patria dopo la vittoriosa impresa troiana. A Ulisse confessa: «Egisto, che mi tramava morte e rovina,/ m’uccise e la mia sposa funesta, chiamandomi in casa,/ a banchetto, come s’uccide un toro alla greppia./ Così morii, della morte più triste; e intorno gli altri compagni/ erano scannati senza pietà».

Alla madre di Ulisse è lasciata la descrizione più plastica di cosa siano la morte e la condizione delle anime. Ulisse vedendola cerca di abbracciarla, per tre volte, così come cercherà di fare Enea con il padre Anchise nell’Eneide, ma lei sfugge alla presa, «all’ombra simile o al sogno». Allora, la madre rivela al figlio: «Questa è la sorte degli uomini, quando uno muore:/ i nervi non reggono più l’ossa e la carne,/ ma la forza gagliarda del fuoco fiammante/ li annienta, dopo che l’ossa bianche ha lasciato la vita;/ e l’anima, come un sogno fuggendone, vaga volando».

Questa visione dell’Oltremondo è la più diffusa tra i Greci, anche se non certo l’unica.(pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 7-4-2013)