Il dolore che si mostra in ogni muscolo e in ogni tendine del corpo e che al solo guardare il ventre convulsamente contratto, senza badare né al viso né ad altre parti, quasi crediamo di sentire noi stessi, questo dolore […] non si esprime affatto con segni di rabbia nel volto o nell’atteggiamento […] Il modo con cui la bocca è aperta non lo permette; piuttosto ne può uscire un sospiro angoscioso e oppresso […] Il dolore del corpo e la grandezza dell’anima sono distribuiti in egual misura per tutto il corpo e sembrano tenersi in equilibrio […]. Il suo patire ci tocca il cuore, ma noi desidereremmo poter sopportare il dolore come questo uomo sublime lo sopporta.

 

L’espressione del volto non tradisce emozioni, non mostra sforzi o tensioni nervose,  il grido è trattenuto e non esce dalla gola.

Questo è il paradigma dell’arte classica secondo Winckelmann, di un’arte concepita come oggettiva (ovvero la bellezza deriva dall’oggetto, non dipende dal giudizio del soggetto), valida universalmente (in ogni spazio e in ogni luogo, ovunque). L’opera d’arte classica è, ancora, atemporale, ovvero fuori dal tempo, fuori dalla storia, depurata, in un certo senso, degli elementi troppo compromessi con la storia. In termini più semplici, potremmo dire che, secondo l’arte neoclassica, un oggetto artistico è bello sia in Giappone che in Italia, sia per l’uomo del 2008 che per quello del 1265, anno in cui nasce Dante Alighieri. E’ chiaro che una tale affermazione susciterà una serie di domande e di sollecitazioni, nonché di opposizioni da parte di molti che sosterranno, invece, il carattere di storicità e di soggettività dell’opera d’arte. Questa contrapposizione si evidenzierà molto chiaramente in epoca romantica nella prima metà dell’Ottocento.

Così come per gli antichi (i greci e i latini), l’opera d’arte neoclassica si contraddistingue per l’armonia delle parti, per l’equilibrio, per la proporzione, per l’euritmia: considerazioni, queste, valide sia per la poesia che per l’arte (pittura, scultura, …), applicabili sia ai sonetti di Foscolo («In morte del fratello Giovanni», «Alla sera», «A Zacinto»)  sia alle sculture di Antonio Canova («Amore e Psiche», «Le tre grazie»).

Per realizzare un’opera d’arte due sono le strade percorribili: imitare le opere classiche perfette o la natura. Sempre nel saggio Pensieri sull’imitazione dell’arte greca Winckelmann afferma, però, la «superiorità dell’imitazione degli antichi sull’imitazione della natura», facilmente dimostrabile se si prendono

 

due giovani d’ingegno ugualmente bello e facendo studiare all’uno l’antico e all’altro la sola natura.

I risultati raggiunti sarebbero ben diversi nei due casi. Quando l’artista prende a modello una bellezza presente nella natura, la depurerà di tutte le impurità e imperfezioni, rendendo questa bellezza ideale.

 

Di alcuni artisti si dice che fecero come Prassitele il quale modellò la Venere di Cnido sulla sua amante Cratina, oppure come altri pittori che presero laide a modello per le Grazie […]. La bellezza sensuale offriva all’artista la bella natura, la bellezza ideale i lineamenti sublimi; dalla prima questi prendeva l’umano, dalla seconda il divino.