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Rinnegare il Cielo per vivere la religione della terra è il nuovo verbo niciano. Potremmo anche dire che tale formulazione è la più chiara espressione del materialismo imperante nella modernità. Non c’è niente di più grande dell’uomo, niente che valga più della sua vita. Se un senso della realtà non è dato, ma è l’uomo che deve darselo, allora il rischio è la perdita di rapporto con le cose e le persone, potremmo anche dire la follia. In maniera emblematica Nietzsche terminerà i suoi giorni nella pazzia.

 

«La morte di Dio» segna anche la fine dell’uomo concepito come creatura, piena di desiderio di Infinito. Così, l’antropologo Lévi-Strauss (1908-2009) in Tristi tropici  arriva a sostenere che perfino il mito non è portatore di un messaggio, ma frutto dell’attività cerebrale dell’uomo. Partendo da un materialismo marxista, i suoi studi mirano a dimostrare che l’uomo non sia religiosus. Quando anche le domande più profonde dell’uomo vengono fatte risalire a reazioni fisiologiche, allora non c’è proprio più nulla che possa distinguere l’uomo dalla bestia e l’homo religiosus è definitivamente ridotto a homo oeconomicus. L’uomo non è più domanda di Infinito, esigenza di felicità, di amore, di bellezza, ma è materia pensante. Anche la natura del desiderio è così ridotta alla stregua dei bisogni materiali.