L’Epifania del Signore è la sua manifestazione, per tutti, senza preclusione. Un atteggiamento in particolare permette di contemplare questa manifestazione. Lo vediamo nei Re Magi, condotti dall’osservazione della realtà al riconoscimento e all’adorazione del Mistero che si è fatto carne.

I Magi avevano letto negli scritti di Zarathustra una profezia secondo la quale un re sarebbe nato dal popolo ebraico che avrebbe portato la pace nel mondo. Osservarono il cielo e colsero i segni: una tripla congiunzione di Giove con Saturno nella costellazione dei pesci. Giove era per loro simbolo di potere, Saturno di giustizia, la costellazione dei pesci indicava Mosè e il popolo ebraico. Quei segni li guidarono e li portarono a riconoscere il Signore del Creato, guardarono le tracce che portavano alla grotta, aperta e spalancata, ove Lui li attendeva.

Eppure, la lettura delle profezie, l’osservazione del cielo non sarebbero bastati se non ci fossero stati nel loro cuore il desiderio e l’attesa di compimento e di salvezza. Quel desiderio che li mise in viaggio li rese così simili ai pastori. Occorrono attesa e desiderio, duemila anni fa come oggi. Anche oggi ci sono le scritture, anche oggi ci sono i segni, anche oggi il Mistero è con noi, incarnato. «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» assicura Gesù. Senza il desiderio del nostro cuore non ci mettiamo in cammino verso la grotta come i Magi.

Nei suoi versi Leopardi nota come la povera e fragile mente umana, che spesso si abbassa a terra e si accontenta del nulla, desideri l’infinito. Anche di fronte alla morte e alla percezione della labilità dell’esistenza, rimane in noi una domanda, ben espressa da quell’Ungaretti (1888-1970) che, durante l’esperienza della trincea nella prima Guerra mondiale, ancor non crede (si convertirà solo una decina d’anni più tardi): «Chiuso fra cose mortali/ (Anche il cielo stellato finirà)/ Perché bramo Dio?».

L’uomo non si accontenta soltanto di soddisfare il bisogno fisico, altrimenti sarebbe come la bestia. L’uomo ha una «grande aspirazione», come recita il titolo di una bellissima poesia di Pascoli (1855-1907). Il poeta descrive l’uomo come un albero, ben radicato alla terra, ma che vorrebbe avere le ali per volare e si protende, così, verso il cielo. Questa brama di  conoscere e quest’aspirazione al cielo non possono rimanere senza risposta.

La storia del pensiero e della cultura è questa ricerca inesausta di senso, che può essere rappresentata da un libro sul leggio di un terrazzo, sfogliato dal vento. Le pagine ad un certo punto si fermano come se fosse stato svelato il Mistero, poi il vento riprende a girare le pagine, in eterno, alla ricerca della verità ancora non pienamente raggiunta. Pascoli descrive così la storia della ricerca umana nella poesia Il libro. Nella storia dell’umanità quel Mistero, che l’uomo ricerca in modo inesausto dalla notte dei tempi, si rivela: è l’Epifania.

Tutti conoscono il nome dello scrittore Edmond Rostand (1868 – 1918) che pubblicò il Cyrano de Bergerac nel 1897, un’opera teatrale in cui cantò l’amore di un poeta e spadaccino sensibile per l’amata Rossana, un sentimento assoluto, incondizionato, che poteva competere con la morte, sfidare ogni difficoltà e sopravvivere nonostante la mancata corrispondenza della donna. Lo stesso Rostand riscrisse anche la storia dei Re Magi nei versi de La stella ove immagina che due Magi, in cammino, persero un giorno la stella cometa. «Com’è possibile perdere la stella?/ Per averla fissata troppo a lungo… ». Dapprima i due saggi cercarono di ritrovarla facendo calcoli, riflettendo. «Ma la stella era scomparsa/ come scompare un’idea». I due, «l’anima dei quali/aveva sete di essere guidata», manifestarono la loro tristezza col pianto. «Il povero re nero, disprezzato dagli altri» (è il terzo re magio), pensò allora alla sete altrui e diede da bere agli animali. Nel secchio che reggeva vide «la stella d’oro che danzava silente».

Nell’attenzione al bisogno dell’altro, dell’ultimo, del più dimenticato, si intraprende la strada che porta all’infinito, al Mistero dell’essere, alla carità. I due Magi, tutti intenti a scrutare il cielo dimenticandosi della Terra, degli uomini, dei piccoli, non hanno più colto il Mistero della realtà, che permea ogni ambito quotidiano. L’uomo, se si percepisce come individuo, diventa un «solitario», che sa vivere solo per sé e non per gli altri. L’uomo come persona costituisce, invece, la più profonda rivelazione sull’uomo dell’evento cristiano. L’uomo è, infatti, creato «a immagine e somiglianza con Dio». Che cosa significa questo? Non è l’intelligenza che rende l’uomo simile a Dio. Leggiamo, infatti, in Isaia 55: «Quanto il cielo sovrasta la terra,/ tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri». L’«immagine» e la «somiglianza» dell’uomo con Dio esprimono qualcosa di più elevato rispetto all’intelligenza. Dio ha creato l’uomo facendolo a immagine di se stesso come comunione di Persone (Trinità), reciproca donazione. L’uomo si può conoscere e riavere solo nel rapporto con l’altro, proprio perché l’io è un rapporto strutturale con un tu.

Ne Il viaggio dei Magi di T. S. Eliot (1888-1965) a parlare è un magio che sottolinea le fatiche del cammino, emblema del viaggio di ciascuno di noi, nel «tempo peggiore dell’anno», per vie fangose, nella stagione rigida, proprio nel cuore dell’inverno, con i cammelli piagati, dai piedi ormai sanguinanti, «sdraiati nella neve che si scioglie». I Magi attraversarono momenti difficili, tra la nostalgia dei luoghi lasciati, le difficoltà nei villaggi sporchi e privi di alloggi, le ostilità dei nemici. Il viaggio rammenta l’Inferno che ogni giorno l’uomo può vivere in Terra, oggi più che mai. Per molti quel viaggio che avveniva di notte, a discapito del sonno, era «tutta follia». I Magi trovarono anche luoghi più fertili, una taverna abitata da avventori che giocavano e bevevano. Nessuno, però, diede loro informazioni utili per trovare il Bambino. Finalmente i Magi giunsero al luogo.

Il Magio sosterrebbe tutta quella fatica, ancora adesso, dopo tanti anni, quando sta raccontando quella storia. Riflette e si domanda ora:

ci trascinarono per tutta quella strada
Per una Nascita o per una Morte? Vi fu una Nascita, certo,
Ne avemmo prova e non avemmo dubbio. […]

per noi questa Nascita fu
Come un’aspra ed amara sofferenza, come la Morte, la nostra morte

Tornammo ai nostri luoghi, ai nostri Regni,
Ma ormai non più tranquilli, nelle antiche leggi,
Fra un popolo straniero che è rimasto aggrappato ai propri idoli.

Quanto è lontano lo sguardo di Eliot dall’allegra spensieratezza che il mondo vorrebbe trasmettere riguardo al Natale. La nascita di Gesù cambia i Magi per sempre, che non tornano nella loro patria, uguali a prima. L’Epifania non lascia indifferenti, provoca un movimento, un dramma, lo stesso che ha vissuto il giovane ricco quando ha incontrato il Signore che gli ha proposto di lasciare tutto e di seguirlo. Lo stesso che hanno vissuto gli apostoli che hanno assistito all’epifania di Gesù, quando ha iniziato la sua missione. Lo stesso dramma che viviamo noi, oggi, incontrando il Signore.