«Anche con Cristo e sono venti secoli/ il fratello si scaglia sul fratello» constata amaramente Quasimodo (1901-1969) nella poesia intitolata Natale. Per quale ragione? «Perché non c’è pace nel cuore dell’uomo». Non c’è pace nel mio cuore, nel tuo cuore, nel cuore del fratello. E così la morte di Cristo si ripete ogni giorno. Quella pace che Quasimodo vede nel presepe e nel giorno del Natale è invocata nella vita di tutti i giorni, ma non è la pace che può darsi l’uomo, la pace senza giustizia e senza amore, ma è «la pace nel cuore di Cristo in eterno».

Lo scriveva Quasimodo più di mezzo secolo fa, in clima di Guerra fredda, quando l’umanità sembrava sull’orlo del baratro di una Terza Guerra mondiale. Lo ripetiamo oggi quando l’umanità sembra essere sempre lì, sullo stesso baratro, inconscia dell’Inferno in terra che ha costruito per tanti poveri uomini e dell’Inferno che potrebbe preparare per tutti, ignara del fatto che l’Inferno in Terra è già non amare più, non conservare più la capacità di amare (Bernanos, Diario di un curato di campagna).

Lo scriveva Quasimodo, intellettuale impegnato politicamente e iscritto al partito comunista, attento alle vicende del suo tempo, alla guerra e alla violenza che imperversava nel mondo, poeta che metteva in luce le contraddizioni della modernità e della tecnologia.

In mezzo a tutte le false ideologie che imperavano in quegli anni Quasimodo riconosceva che l’evento principale avvenuto nella storia dell’uomo era la nascita di Gesù. Da allora nulla poteva più essere come prima. Si chiedeva, però, il poeta: «Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino/ che morirà poi in croce fra due ladri?».

La poesia Natale di Quasimodo prefigura già la passione, quella stessa che a causa nostra si verifica di nuovo, sempre, nella vita quotidiana, come in quel «Figlio/ crocifisso sul palo del telegrafo» incontro al quale corre la madre (Alle fronde dei salici).

C’è chi attende ancora il bambino Gesù, si chiede ne la poesia Altro Natale la fondatrice del Monastero Mater ecclesiae dell’Isola di san Giulio Anna Maria Cànopi (1931-2019)?

In mezzo a tanti falsi profeti che allettano con l’attrattiva di nuovi messaggi e scoperte, Gesù si propone come l’unica vera novità che il mondo abbia conosciuto. Gesù è rappresentato da san Giovanni nell’Apocalisse mentre dice di sé: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». Cristo è la possibilità di comprendere l’uomo e la realtà in maniera diversa, è la possibilità di un’umanità nuova già su questa terra, perché «svela pienamente l’uomo all’uomo. In Cristo Dio ha riconciliato a sé il mondo […]. È redento l’uomo, è redento il corpo umano, è redenta l’intera creazione, di cui San Paolo ha scritto che attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio (Romani 8, 19)» (Papa Giovanni Paolo II).

Contro ogni ideologia che preannuncia l’instaurazione di un mondo nuovo e buono a partire da progetti umani e da rivoluzioni, Cristo si propone come la persona da accogliere perché si possa instaurare il suo Regno, perché possa venire la sua pace, non quella del mondo, ma una pace che include anche giustizia, misericordia e carità.

Il Natale che descrive la suora è quello che tanti uomini, donne  e bambini trascorreranno quest’anno in mezzo alla violenza e alle guerre: «Altro Natale:/ culle insanguinate/ senza lacrime di madri,/ pianti sconsolati di fame/ senza latte, senza pace,/ senza ninne nanne». Il Natale che descrive la Canopi è quello che molti vivranno nei Paesi ricchi, ricolmi di ogni abbondanza, ma privi di senso e di significato: «Altro Natale/ non con il piccolo presepe/ tra gente semplice, fedele,/ ma su strade d’asfalto,/ tra l’urlo dei motori/ nel brivido della morte violenta». In questo «altro Natale/ senza compassione/Tu, Dio,/ vuoi nascere ancora/ per amare con cuore d’uomo». Nel deserto del non senso, della sofferenza si alza un grido: «Vieni, non mancare,/ perché c’è sempre Lei ad aspettarti/ in mezzo a noi:/ la Povera,/ la Vergine,/ la Madre».

La poetessa Ada Negri (1870-1945) racconta quest’attesa dell’incontro con il grande amore nella poesia Ritorno per un dolce Natale. Una madre attende il figlio soldato la notte di Natale, certa che ritornerà. Chiede di lasciare socchiusa la porta. L’arrivo del figlio è, ad un tempo, l’incontro con Cristo, con quel Dio che si è rivelato in fattezze umane e che si rende incontrabile nuovamente anche nel volto di ogni uomo.

Scrive Ada Negri: «Disse la madre: Lasciate socchiusa la porta, ch’egli verrà./Fu lasciata socchiusa la porta: egli entra, disceso dall’eternità./ Per strade di neve e di fango gli fu guida la stella in cammino/nei cieli sol quando rinasce, dentro una stalla, Gesù Bambino./Riaccosta l’uscio in silenzio, appende in silenzio il gancio al mantello».

Il figlio allora siede in mezzo alla famiglia, tenendo sulla fronte l’elmo per non svelare quanto gli è accaduto. Allora il giovane interroga i familiari: «Mamma, perché non ti vedo la veste di raso dal gaio colore?/ È in fondo all’armadio, è in fondo all’armadio:/domani la metto, mio dolce amore./ Babbo, perché così curvo, perché tante rughe intorno ai tuoi occhi?/ Son vecchio, ormai: vecchio e stanco; ma tutto passa, se tu mi tocchi:/ Sorellina dal piede leggero, perché un nastro nero fra i riccioli biondi?/ T’inganni, ha il colore del cielo, ha il colore dei mari profondi». Rintoccano le campane della mezzanotte. Il figlio allora «dal capo l’elmetto, piamente, con gesto pacato./Scoperta arderà in mezzo alla fronte l’ampia stimmate sanguinosa:/corona di re consacrato, fiamma eterna, divina rosa».

Nella sofferenza dell’uomo si compie nuovamente la sofferenza del Cristo, offerta per la nostra redenzione. Il mistero della nascita racchiude in sé il mistero della passione e della resurrezione.

Quel bambino che attendiamo in questo Natale e che suscita un senso di tenerezza e di bontà nella mente dei più, ora che appare così indifeso, è lo stesso che inizia la sua missione a trent’anni, dopo aver vissuto come figlio, falegname, ebreo: amato fino a quel momento, quello della missione, ma poi odiato dal momento in cui iniziò a testimoniare la verità, Lui che è la verità.

Bene l’ha espresso Charles Peguy (1873-1914) ne Il mistero della carità di Giovanna d’Arco: «Era generalmente amato./ Tutti gli volevano bene./ Fino al giorno in cui aveva iniziato la sua missione./ […] Fino al giorno in cui lui si era disturbato./ E disturbandosi aveva disturbato il mondo./ Fino al giorno in cui si rivelò/ L’unico Governo del mondo. E in cui lui si rivelò a tutti./ In cui gli eguali videro bene./ Che non aveva nessun eguale./ Allora il mondo iniziò a trovare che lui era troppo grande./ E a fargli dei problemi».

Gesù manda i discepoli a due a due perché in tutto il mondo ammaestrino e portino la buona novella. Da allora in poi i testimoni e martiri del Vangelo andranno ovunque, sfidando fatiche, ostilità e persecuzioni perché il nome di Cristo sia noto in tutto il mondo. La predicazione nel suo nome, ha anticipato Gesù, sarà accompagnata da tribolazioni e persecuzioni. Il «mondo», infatti, non accetta Cristo e quelli che sono suoi.

Quel bimbo piccolo, che accogliamo a Natale, ma che mettiamo in croce ogni giorno nelle sofferenze dei fratelli, ha sconfitto la morte e ha promesso a Disma, il buon ladrone, che l’ha riconosciuto anche solo in punto di morte: «Oggi tu sarai con me in Paradiso».