«E se invece venisse per davvero?» si chiede Dino Buzzati nei versi di Buon Natale. «Se la preghiera, la letterina, il desiderio/ espresso così, più che altro per gioco/ venisse preso sul serio?».

In mezzo alle guerre, allo scandalo del giusto e dell’innocente che soffre, alle pandemie, alla violenza che occupa le pagine dei giornali e gli schermi dei televisori l’umanità è in attesa di una risposta, di una speranza, di un riscatto.

Dal 1940, anno di pubblicazione de Il deserto dei Tartari, la fortezza Bastiani è divenuta una delle immagini che descrivono meglio la condizione esistenziale dell’uomo di ogni tempo e, ancor più, di quello contemporaneo. Non è «imponente la Fortezza Bastiani, con le sue basse mura, né in alcun modo bella, né pittoresca di torri e di bastioni, assolutamente nulla» che consoli «quella nudità», che ricordi «le dolci cose della vita». La fortezza si affaccia su un deserto da cui, si vocifera, arriveranno un giorno i Tartari. Il deserto è lo specchio di tante giornate che appaiono vuote, deprivate di un significato, senza un senso. L’attesa dell’evento diventa il motivo costitutivo dell’esistenza dell’ufficiale Giovanni Drogo, così come il fulcro del romanzo, possibilità di riscatto dal grigiore e dalla monotonia dell’esistenza, occasione per l’affermazione del proprio valore.

Convintasi di essersi affrancata dalla superstizione e da una vetusta tradizione che oggi non avrebbe più nulla da dire, lungi dal progredire, la cultura contemporanea è ritornata al politeismo, all’idolatria di dei che hanno soltanto modificato il nome, ma non la sostanza: al posto di Venere si adora il sesso, al posto che a Marte si sacrificano vittime alla guerra e al potere, invece che a Plutone si inneggia al denaro. O forse sarebbe meglio dire che il Dio unico è stato sostituito da un uomo che si è posto sul piedistallo, si fabbrica la propria religione di vita o si adegua a quella imposta dal sistema del potere nella convinzione di poter fare a meno del Mistero.

Eppure, quest’uomo sul piedistallo si sgretola ogni istante, come una statua d’argilla crepata che vede la propria forma divenire polvere e disperdersi nel vento. E se allora facessimo uscire dalle nostre labbra l’invocazione che sgorga dal profondo delle fibre della nostra carne? Salvami tu, da’ tu forma alla mia polvere, non permettere che si disperda al vento. E se ascoltassimo la domanda appena bisbigliata da Buzzati, con voce bassa, per non disturbare troppo un mondo che non vuole essere disturbato e infastidito? «E se invece venisse per davvero?».

Se il regno della fiaba e del mistero

si avverasse? Se accanto al fuoco

al mattino si trovassero i doni

la bambola il revolver il treno

il micio l’orsacchiotto il leone

che nessuno di voi ha comperati?

E se, continua Buzzati, la nostra sicurezza in cui viviamo, fasulla, costruita sulla scienza e sulla dea ragione, «andasse a carte quarantotto?».

Con imperdonabile leggerezza

forse troppo ci siamo fidati.

E se sul serio venisse?

Silenzio! O Gesù Bambino

per favore cammina piano

nell’attraversare il salotto.

Buzzati invita Gesù a venire senza far troppo rumore perché potrebbe svegliare noi uomini contemporanei «così colti così intelligenti/ brevettati miscredenti/ noi che ci crediamo chissà cosa/ coi nostri atomi coi nostri razzi». La nostra società non vuole essere disturbata nella sua imperturbabilità e nella sua ipocrita sicurezza.

Già cinquant’anni fa, nell’articolo per Il Corriere della sera del 9 dicembre 1973, intitolato “Sfida ai dirigenti della televisione” (divenuto poi “Acculturazione e acculturazione” negli Scritti corsari) Pier Paolo Pasolini sosteneva che il centralismo del potere aveva avuto come obiettivo quello di soffocare l’umano e ogni forma di desiderio autentico. Il sistema della società dei consumi e la civiltà dell’edonismo di massa avevano creato un’adesione totale e incondizionata ai modelli imposti dal centro, portando ad una distruzione di tutti gli altri modelli culturali (contadino, sottoproletario, operaio). L’ideologia edonistica ha attuato un’«omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza». Il sistema non vuole più solo creare un «uomo che consuma», ma «pretende che non siano concepite altre ideologie che quella del consumo». La religione, afferma Pasolini, è l’unico fenomeno che può essere concorrente e opporsi all’«edonismo di massa».

Pasolini capisce che un credo forte (ovvero una fede vera e vissuta) è l’unica possibilità perché non si ceda alla società che insinua falsi bisogni e che riduce la grande domanda che alberga in noi, perché non ci si accontenti e non si giunga ad una borghesizzazione della vita, ad una riduzione dell’umano, ad un perbenismo benpensante in cui non ci si aspetta più nulla dalla vita.

C’è ancora speranza allora? Da dove ripartire? Lasciamo che nel silenzio dalle crepe della nostra umanità escano le nostre domande come grida che attendono una risposta, escano le nostre lacrime che desiderano essere asciugate. Usciamo dal nostro bunker costruito da anni di indifferenza e di anestesia. Lasciamo che le bombe rappresentate da tutto il male del mondo, dal male che è di altri ma che è anche il mio male (di facile odio, di invidia, di superbia), ci stanino. Inutile è costruire una tana sempre più in profondità.

Usciamo allo scoperto, guardiamo finalmente la realtà, coscienti che nulla ci può proteggere dalla morte, dall’anestesia, dal non senso. Gridiamo che abbiamo bisogno di un Salvatore, di Uno che non ci faccia affogare nel «gran mare dell’essere» (Dante). Non fuggiamo da questo mare per paura di farci male o di affogare. Con i versi di Nella notte di Natale di Saba apriamo la porta del nostro desiderio:

Forse il bene invocato oggi m’aspetta.

Una serenità quasi perfetta

calma i battiti ardenti del mio cuore.

Notte fredda e stellata di Natale,

sai tu dirmi la fonte onde zampilla

improvvisa la mia speranza buona?

È forse il sogno di Gesù che brilla

nell’anima dolente ed immortale

del giovane che ama, che perdona?