Andy Warhol affermò: «In the future everyone will be world-famous for 15 minutes. Nel futuro ognuno sarà famoso, al mondo per 15 minuti». È una profezia quanto mai attuale. I new media, infatti,non solo accelerano la diffusione della notorietà di personaggi già famosi, ma anche creano la celebrità di persone completamente sconosciute che, nel giro di poche ore o di pochi giorni, possono ottenere fama, successo e cospicui introiti.

I giovani sono bombardati dall’idea che si possa diventare famosi, vogliono essere cliccati, ottenere quanti più «Mi piace», segno di esistenza in vita, di riconoscimento. La facilità del servizio, l’eliminazione della fatica, del dispendio inutile di tempo, dell’immediatezza del consumo e della rapidità dell’ottenimento della fama senza un giusto percorso graduato sono elementi che contraddistinguono un’epoca incentrata sul «piacere» più che sulla «roba». In sostanza questo sviluppo è direttamente scaturente dall’esasperazione del piacere, anche virtuale, cioè non reale, e del tempo come unica dimensione fondamentale.

La dimensione del luogo dove accade un fatto, dove incontri la persona, dove parli e ti confronti è considerata secondaria o, meglio, il luogo può anche essere un non luogo, virtuale, non reale, fittizio e ingannevole, mentre si deve avere l’impressione di poter gestire il tempo senza perdere neanche un istante. Sempre più, oggi, la comunicazione è caratterizzata da urgenza di immediatezza, come se non fosse tanto importante il messaggio veicolato, la profondità, la possibilità di un’apertura nel rapporto, quanto la dimostrazione di essere in una comunità, di appartenere appunto ad una community.

La comunicazione del messaggio, qualunque esso sia, è prova stessa della esistenza del mittente e la risposta altrui ne diventa garanzia. È come, però, se questa comunicazione avesse bisogno di una continua riasserzione, ovvero è come se al messaggio inviato dovesse corrispondere l’immediatezza della risposta in un circuito vizioso che esclude la consapevolezza che i risultati sono frutto della fatica e del tempo, della costanza e del sacrificio (termine che significa «rendo sacro, intoccabile, inviolabile»), non dell’immediatezza e del «mordi e fuggi».

Quello che manca oggi è proprio la dimensione del sacrificio e della responsabilità. Quello che manca oggi è la consapevolezza che nel tempo si costruiscono i rapporti e le relazioni, così come nel tempo si costruiscono le grandi cattedrali. All’uso e al dono del tempo all’altro si è sostituita l’immediatezza e la repentinità della relazione a cui non si possono offrire il tempo e la propria persona. L’uomo vuole tutto il tempo per sé. Il paradosso è che, così, lo spreca e, spesso, non sa come utilizzarlo in maniera proficua.

Raramente si propongono allo spettatore la bellezza, la bontà, la verità, più spesso la provocazione, la volgarità, immagini ammiccanti, effetti speciali, scene che colpiscono all’istante, senza che occorra far fatica, comprendere capire. È la fruizione del disimpegno. Nella maggior parte dei casi circolano sulla televisione o sui new media abnorme uso della sessualità, sensualità e provocazione oppure morte, oscenità e bruttezza sostituiscono desiderio di vita, sacralità, bellezza e tenerezza amorosa. Così sembra oggi essersi avverata la profezia delle streghe del Macbeth che all’inizio esclamano «Il bello è brutto e il brutto è bello». Si è affermata, cioè, la tirannia del brutto anche nei campi artistici che per eccellenza consacravano il trionfo della bellezza. Domina il trash, ovvero la spazzatura. Vanificati la tradizione e il retaggio valoriale e tecnico della tradizione stessa, sottovalutato tutto ciò che è del passato (purché non sia di pochi decenni prima, perché in tal caso andrebbe di moda), si può tranquillamente proporre agli occhi e agli orecchi di tutti la spazzatura. La vera e propria spazzatura è diventata arte: non un sogno, ma un incubo, quello della distruzione dell’arte, si sta traducendo in realtà. Basterà addurre qualche esempio in campo artistico. Il New hoover convertibles di Jeff Koons, cioè un aspirapolvere posto in una teca di museo, ha inaugurato nel 1984 il Neo-Geo o commodity sculpture. Sarah Lucas nel 1994 nell’opera Au naturel fa uso di frutta per imitare il rapporto sessuale su un letto, mentre Strange fruit di Zoe Leonard nel 1992 diventa la più evidente espressione del Kitsch: bucce di arance cucite insieme a ricomporre un nuovo frutto.

Chiediamoci col Manzoni de «Il 5 maggio»: «Fu vera gloria»?