altNel Novecento Oscar Vladislav de L. Milosz, autore lituano (1877-1939), ci presenta un Don Giovanni diverso da quello della tradizione. La storia da lui raccontataci parte, infatti, laddove autori come Tirso da Molina, Moliere, Lorenzo da Ponte, Hoffmann l’avevano lasciata. Divisa in quadri, che hanno la funzione di atti, come a voler riprendere le sacre rappresentazioni medioevali, l’opera teatrale Miguel Mañara presenta i momenti salienti della  vita del protagonista, realmente vissuto nella Siviglia  del Seicento.

Nel primo quadro Miguel Mañara appare lacerato, quasi sfinito dal desiderio di felicità infinito che lo contraddistingue. Di fronte agli amici che lo invidiano o ammirano per il successo con le donne egli manifesta tutta la sua insoddisfazione e la sua tristezza: il passaggio da una donna all’altra è, infatti, da intendersi come la ricerca di una felicità infinita, dell’amore assoluto. Il protagonista, nella sua licenziosità scevra di ogni morale e di ogni senso di responsabilità, riacquista, così, una sua fisionomia umana, perché si riappropria di un cuore che gli altri Don Giovanni sembravano aver perso. Anche nell’intorpidimento dei sensi e nel calcolo egoistico egli è pur mosso da quel desiderio di infinito che è legge dell’animo umano. Immorale, libertino, sfrontato, Miguel Mañara ha attraversato l’universo dei piaceri e ne è ben cosciente: «Ho trascinato l’Amore nel piacere, e nel fango, e nella morte; fui traditore, bestemmiatore, carnefice; ho compiuto tutto quello che può fare un povero diavolo d’uomo, e vedete».