Contrito per la sua fragilità e per la sua dimenticanza, Perceval chiede loro quale sia la strada per giungere dal santo eremita. La risposta è bellissima: la strada è semplice, contraddistinta da segni lasciati dalle persone che li hanno preceduti nel percorso. Giunto dal santo eremita, Perceval si confessa, celebra la messa pasquale e riparte, uomo nuovo e rigenerato, alla ricerca del Sacro Graal. La storia raccontata da Chrétien de Troyes non ci svela se la ricerca approderà ad un esito positivo. La vicenda, infatti, si interrompe per la morte dell’autore. Così, nei secoli successivi, tanti scrittori si cimenteranno nella prosecuzione della vicenda talvolta con la presunzione di trasformare il mito in realtà. Al di là della vicenda leggendaria, il messaggio trasmesso è per il lettore medioevale chiaro. Cristo è il Re pescatore, il padre del Re pescatore che non si può vedere è Dio Padre creatore, il santo eremita è lo Spirito Santo, la strada che parte dal santo eremita lungo la quale l’uomo deve camminare è la chiesa, il Graal è la coppa dell’ultima cena. Perché Cristo sia in mezzo a noi e si compia il suo Regno dobbiamo domandare la sua presenza in mezzo a noi, dobbiamo pregare che Lui si manifesti in quell’atteggiamento di mendicanza di Cristo che caratterizza tanta letteratura medioevale.

Perceval è uno dei tanti cavalieri le cui gesta sono state  esaltate nei poemi avventurosi e cavallereschi. Chrétien de Troyes dedica attenzione nei suoi romanzi anche a Tristano, a Lancillotto e a Erec, mescolando duelli  e avventure pericolose, fedeltà al signore e tradimenti, amori infelici e storie matrimoniali.

Nella produzione d’oil accanto alla figura di Perceval si distingue il personaggio di Orlando, uno dei miti fondanti della cultura medioevale, immortalato per la prima volta nella Chanson de Roland (la cui versione scritta è risalente all’XI secolo) e ripreso poi in chiave parodistica e grottesca in epoca rinascimentale. Il valoroso paladino di Carlo Magno muore sui Pirenei, in seguito ad un’imboscata ordita dal traditore Gano. In maniera impavida combatte rifiutandosi di suonare l’olifante fino all’ultimo. Prima di esalare l’ultimo respiro

 

recita il suo Mea culpa e chiede a Dio mercé:

«Verace Padre, che mai non mentisti,

san Lazzaro dai morti resuscitasti

e Daniele dai leoni salvasti,

salva la mia anima da tutti i pericoli

dei peccati che in vita mia feci!».

 

Mendicanza umile e cosciente della propria miseria è quella che mostra il prode Orlando, non un eroe che si salva con le proprie azioni, ma un cavaliere che, commosso, riconosce il proprio male e prega perché la misericordia di Dio lo salvi.

Nella lunga teoria di cavalieri medioevali ve n’è uno che incarna al contempo l’immagine del cavaliere e del santo. È san Galgano. Nato a Chiusdino vicino a Siena, per molti anni visse in maniera prepotente e violenta, finché, disgustato dalle sue azioni, non decise di conficcare la spada nella roccia, dove rimase come una croce su cui pregare, in solitudine, da eremita. In quei luoghi, alla sua morte, dopo la canonizzazione avvenuta nel 1185, venne costruita una cappella.

Nel Medioevo anche tanti sovrani, uomini potenti e capi di nazioni, sono stati proclamati santi. A santo Stefano viene fatta risalire la stessa nascita dell’Ungheria cristiana, espressione di un popolo che, nomade e lontano dalla civiltà che si era costituita nell’Europa altomedioevale discendente dai Romani e in quella bizantina che faceva riferimento a Costantinopoli, in pochi anni divenne sedentario, conobbe lo sviluppo delle città, un’organizzazione in regioni e in diocesi e la nascita delle leggi. La dinastia reale ungherese Arpad, cui appartiene santo Stefano, offrirà alla cristianità medioevale il fulgido esempio di numerosi santi.

Tutta la storia dell’umanità ci presenta l’occasione di vedere all’opera i santi, uomini dall’umanità cambiata dall’incontro con Cristo. Nel Medioevo, però, la novità assoluta è che queste figure sono percepite dalla sensibilità popolare e dalla cultura dominante come  figure ideali, cui improntare la propria vita. Chiunque è chiamato alla santità e al compimento. La santità è la strada per ogni uomo, non solo di quei personaggi strani e leggendari come noi spesso consideriamo i santi. Di questo è ben cosciente l’uomo medioevale, che vede nel santo l’ideale di compimento dell’umano.

Questo spiega il motivo per cui il genere agiografico è il più diffuso nel Medioevo. Ricorderemo, qui, che una delle più floride produzioni è quella che riguarda la figura di san Francesco dal XIII secolo in poi. Ad un’impostazione in cui il santo veniva presentato in chiave edulcorata e miracolistica, che trova la sua espressione nella Legenda prima e nella Legenda secunda di Jacopo da Varagine e nel XIV secolo nei Fioretti di san Francesco, se ne contrappone un’altra più realistica riconosciuta come più veritiera e attendibile dall’ordine francescano delle origini. Di questa è l’esempio più famoso la Legenda maior di san Bonaventura da Bagnoregio. L’espressione legenda non ha il significato odierno di «fatti inventati e mitici», bensì il valore di «cose da leggersi, perché importanti». San Bonaventura è anche l’autore di uno dei trattati di mistica più celebri nel Medioevo, quell’Itinerarium mentis in deum che Dante stesso conobbe e tenne presente per la composizione della sua Commedia.