Cari studenti,

si sono ormai conclusi gli Esami di Stato e chi ne è stato coinvolto potrà finalmente riposare dopo l’impegno dell’anno scolastico. L’errore che, però, potremmo commettere è quello di archiviare al più presto, noi adulti e voi ragazzi, questa parentesi sentita come un peso che si deve portare piuttosto che riflettere su quanto accaduto.

L’adulto ha già assistito tante volte agli Esami, per il diciottenne è il primo e unico Esame conclusivo del corso delle superiori, è l’esame che per sempre nella sua vita rappresenterà il suo Esame di Stato. Ha ragione il giovane che vive con lo slancio di chi affronta la vita senza ancora conoscerla e che palpita nel cuore nell’attesa di scoprire cosa la vita gli riservi o ha ragione l’adulto che sa già come va a finire e che, quindi, non si illude più? Questa non è una divisione anagrafica, ma di cuore. Ci sono giovani che sono già vecchi, perché sanno già che l’amore vero non esiste o che la vita non riserva troppe sorprese, come ci sono adulti che hanno ancora il cuore aperto alla novità della prima volta. Sempre più, però, si vede l’influenza del cinismo degli adulti sul mondo dei giovani. Sempre più i giovani sembrano avvertire che non ci siano ragioni per cui valga davvero la pena fare fatica e affrontare la realtà ordinaria se non motivazioni strettamente economiche. Nell’ordinario costituito dalla scuola o dal lavoro si deve cercare di sopravvivere, come ha scritto uno studente, per poi vivere nei weekend di libertà sfrenata, di sballo, di stordimento. La realtà non è più percepita come interessante, gli impegni e le responsabilità vanno evitate, vige la «filosofia dello zaino vuoto» presentata dal protagonista del film «Tra le nuvole».

La maturità del mondo degli adulti è forse questa, quella di chi sa già, di chi conosce le fatiche e ha capito che, in fondo in fondo, non ne vale la pena, è tutta una farsa la scuola, così come la vita? Forse per questo da qualche anno si chiamano Esami di Stato quelli che un tempo erano chiamati Esami di Maturità? La parola «Maturità», che piaccia o non piaccia, un tempo richiamava il fatto che il percorso scolastico non fosse solo di istruzione, ma anche di educazione e di crescita della persona. Le parole sono davvero forti e potenti. Sostituire l’espressione «Maturità» con «Stato» toglie la possibilità di ogni equivoco: la scuola non ha il compito di far crescere persone, di portarle a maturazione, di introdurle all’avventura della scoperta della cultura e della realtà, ma deve certificare competenze. Pavese riprende nel suo diario Il mestiere di vivere l’espressione shakespeariana (King Lear) Ripeness is all, ovvero «la maturità è tutto». Di quale maturità parlava Pavese? Senz’altro per l’autore nativo delle Langhe la maturità aveva a che fare con l’essere pronti alla vita (cioè ad affrontare la realtà e i problemi, non a scansarli), con la consapevolezza di sé e della realtà, del mito (ciò che si ripete e rimane uguale nel tempo) e della storia (quanto accade una volta nel tempo). La maturità permette di stare di fronte al compito della vita («mestiere di vivere») che è affascinante quanto faticoso («Lavorare stanca» è il titolo di una famosa raccolta di poesie di Pavese).