Inoltre – un altro tema non inedito nel Magistero – «il desiderio di connessione digitale può finire per isolarci dal nostro prossimo, da chi ci sta più vicino». C’è chi passa tutto il suo tempo su Internet e sui social network fino a non parlare più con il coniuge e i figli. Senza dimenticare il «digital divide», lo squilibrio che colpisce i poverissimi privi di connessione alla rete: «chi, per diversi motivi, non ha accesso ai media sociali, rischia di essere escluso».

«Questi limiti – scrive il Papa – sono reali, tuttavia non giustificano un rifiuto dei media sociali; piuttosto ci ricordano che la comunicazione è, in definitiva, una conquista più umana che tecnologica». Nessuna demonizzazione di Internet o di Facebook, e lo stesso Pontefice ha voluto essere presente su Twitter. Ma attenzione a usarli in modo equilibrato.

«Dunque, che cosa ci aiuta nell’ambiente digitale a crescere in umanità e nella comprensione reciproca? Ad esempio, dobbiamo recuperare un certo senso di lentezza e di calma. Questo richiede tempo e capacità di fare silenzio per ascoltare». Il problema spesso non è Internet ma la fretta, il rapporto malsano con il tempo di cui Francesco ha parlato diverse volte. Solo se ci fermiamo a riflettere, su Internet potremo anche difendere «i grandi valori ispirati dal Cristianesimo, ad esempio la visione dell’uomo come persona, il matrimonio e la famiglia, la distinzione tra sfera religiosa e sfera politica, i principi di solidarietà e sussidiarietà».

Come fare, in pratica? «Trovo una risposta – scrive il Papa – nella parabola del buon samaritano, che è anche una parabola del comunicatore. Chi comunica, infatti, si fa prossimo. E il buon samaritano non solo si fa prossimo, ma si fa carico di quell’uomo che vede mezzo morto sul ciglio della strada. […] Comunicare significa quindi prendere consapevolezza di essere umani, figli di Dio. Mi piace definire questo potere della comunicazione come “prossimità”».

Nella parabola, il viaggiatore soccorso dal samaritano era stato ridotto in fin di vita dai briganti. «Quando la comunicazione ha il prevalente scopo di indurre al consumo o alla manipolazione delle persone, ci troviamo di fronte a un’aggressione violenta come quella subita dall’uomo percosso dai briganti e abbandonato lungo la strada, come leggiamo nella parabola». I briganti ci sono ancora, si sono solo aggiornati quanto ai metodi: «corriamo il rischio che alcuni media ci condizionino» e c’inducano al male.

La ricetta di Papa Francesco è la stessa proposta dai Pontefici precedenti quanto a Internet e Facebook: sono grandi occasioni per un primo contatto, ma poi bisogna passare dall’incontro virtuale a quello personale, faccia a faccia. «Non basta passare lungo le “strade” digitali, cioè semplicemente essere connessi: occorre che la connessione sia accompagnata dall’incontro vero». «Non sono le strategie comunicative a garantire la bellezza, la bontà e la verità della comunicazione. Anche il mondo dei media non può essere alieno dalla cura per l’umanità, ed è chiamato ad esprimere tenerezza. La rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone umane. La neutralità dei media è solo apparente: solo chi comunica mettendo in gioco se stesso può rappresentare un punto di riferimento. Il coinvolgimento personale è la radice stessa dell’affidabilità di un comunicatore. Proprio per questo la testimonianza cristiana, grazie alla rete, può raggiungere le periferie esistenziali».

Il Papa lo ripete spesso: «tra una Chiesa accidentata che esce per strada, e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire la prima». E tra le strade per cui oggi i cristiani devono uscire, che non scegliamo noi e sono «quelle dove la gente vive», «ci sono anche quelle digitali, affollate di umanità, spesso ferita: uomini e donne che cercano una salvezza o una speranza. Anche grazie alla rete il messaggio cristiano può viaggiare “fino ai confini della terra” (At 1,8). Aprire le porte delle chiese significa anche aprirle nell’ambiente digitale, sia perché la gente entri, in qualunque condizione di vita essa si trovi, sia perché il Vangelo possa varcare le soglie del tempio e uscire incontro a tutti». Anche i social network, da Facebook a Twitter, «sono oggi uno dei luoghi in cui vivere questa vocazione a riscoprire la bellezza della fede, la bellezza dell’incontro con Cristo. Anche nel contesto della comunicazione serve una Chiesa che riesca a portare calore, ad accendere il cuore».

Non si tratta, spiega il Pontefice, di saturare la rete con un «bombardamento di messaggi religiosi», ma di avvicinare gli altri, come scriveva un anno fa Benedetto XVI – citato ora da Papa Francesco – nel suo ultimo messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, «attraverso la disponibilità a coinvolgersi pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del senso dell’esistenza umana».

La sfida, commenta Francesco, «richiede profondità, attenzione alla vita, sensibilità spirituale». «La nostra luminosità non provenga da trucchi o effetti speciali, ma dal nostro farci prossimo di chi incontriamo ferito lungo il cammino, con amore, con tenerezza». «Non abbiate timore di farvi cittadini dell’ambiente digitale», conclude il Papa. «La rivoluzione dei mezzi di comunicazione e dell’informazione è una grande e appassionante sfida, che richiede energie fresche e un’immaginazione nuova per trasmettere agli altri la bellezza di Dio».