Quando ci incontrammo il 17 febbraio 2005 a Gubbio, ammantata di neve, per la consegna della cittadinanza onoraria, con Luzi da pochi mesi senatore a vita, ad ammirare […] il paesaggio mosso delle bianche colline circostanti, accennammo solo alla sua introduzione ancora da scrivere, ma che comunque poteva arrivare con calma […]. L’introduzione non sarebbe più arrivata». Chi scrive è Paolo Andrea Mettel che ha curato l’ultimo libro di Mario Luzi, Autoritratto. Undici giorni dopo quell’incontro Luzi muore. È il 28 febbraio 2005.
Scompare con lui il più grande poeta allora vivente in Italia, uno di quei poeti di cui molti si aspettavano la consacrazione internazionale con il premio Nobel, che mai sarebbe arrivata. Un poeta che attraversa tutto il Novecento, essendo nato nel 1914, all’epoca della avanguardie storiche e della destrutturazione del linguaggio poetico, e avendo conosciuto nella giovinezza il «ritorno all’ordine» avviato con gli Ossi di seppia di Montale e l’esperienza dell’Ermetismo fiorentino. Come prefazione all’ultima opera viene allora collocata la relazione tenuta dal poeta a Lucca il 12 dicembre 2004. Luzi racconta della «poco manifesta ma reale crudeltà per un poeta a parlare di sé, qualcosa di profondamente iniquo perché inverso al senso della propria natura».