Eppure nella maggior parte delle scuole il bambino apprende fin dalla primaria che l’uomo deriva dalle scimmie. Viene presentata come dato di realtà un’ipotesi che la maggior parte degli studiosi oggi non ritiene veritiera. In maniera subdola e surrettizia viene insinuata nei ragazzi l’idea che l’uomo non abbia alcuna differenza rispetto alle scimmie se non per il fatto di essere più avanti nella linea evolutiva. La conseguenza naturale di queste affermazioni o, forse meglio, l’assunto pregiudiziale da cui partono queste considerazioni è che l’uomo sia soltanto materia, corporeità priva di anima, derivata in maniera deterministica dalle componenti organiche. Come hanno avuto modo di sottolineare importanti scienziati non vi è alcuna contrapposizione tra evoluzione e fede, anzi la teoria dell’evoluzione è compatibile con la fede cattolica.

Certe considerazioni più che scaturite da atteggiamenti di ricerca scientifica nascono da presupposti ideologici, di carattere scientista, positivista e materialista, quasi sempre mascherati sotto la parvenza di mode pedagogiche accettate dai più e, anzi, considerate come altamente educative. Fin dalla scuola dell’obbligo vengono giustamente educati i ragazzi al rispetto dell’ambiente e al risparmio energetico. Il percorso avviene, spesso, però attraverso la visione di film di stampo catastrofista ecologista. Solo apparentemente il fine è quello di trasmettere il rispetto ambientale. In realtà i contenuti e le immagini utilizzate sono il vero fine del film documentario piuttosto che lo strumento.

Emblematica è la pellicola «L’undicesima ora» che trasmette una visione del mondo neomalthusiana, ostile alla cultura cristiana e alla visione antropologica biblica. La difesa dell’ambiente è solo il pretesto per sferrare un attacco alla tradizione occidentale e al progresso. La nuova ideologia ecologista nasconde, in realtà, la salvaguardia del privilegio di pochi. Il mondo, il benessere e la ricchezza devono essere a disposizione di chi li ha già ottenuti. Per questo ci si deve guardar bene dall’incrementare le nascite. Per questo le bestie sono considerate più buone e meno pericolose dell’essere umano che assoggetta il mondo.

Scrive il filosofo F. Nietzsche (1844-1900) nella Gaia scienza: «Anche gli dei si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! […] Non ci fu un’azione più grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtù di quest’azione, a una storia più alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!». Come chiarirà successivamente il filosofo Heidegger (1889-1976), Nietzsche non sta qui parlando della morte del Dio cristiano e della perdita della fede, non sta alludendo al fenomeno dell’ateismo o alla presenza dei miscredenti. Il suo discorso sottolinea un cambiamento culturale che sta avvenendo e mira ad un’eversione ancor più radicale, alla stessa demolizione dell’universo dei valori e degli ideali più alti, alla morte della metafisica e del mondo ultrasensibile. Non vi sono più fini, il mondo metafisico dei valori supremi e degli ideali come causa e fine della materia e dell’uomo è finito.  D’ora innanzi sarà ciascun uomo a crearsi i suoi valori e ad affermare la sua «volontà di potenza».

Per Nietzsche questa negazione di ogni verità, di ogni ideale, di ogni valore assume il nome di nichilismo. Oggi, a più di cent’anni dalla morte del filosofo, il nichilismo prende le sembianze del relativismo. Rinnegare il Cielo per vivere la religione della terra è il nuovo verbo niciano. Potremmo anche dire che tale formulazione è la più chiara espressione del materialismo imperante nella modernità. Non c’è niente di più grande dell’uomo, niente che valga più della sua vita. Se un senso della realtà non è dato, ma è l’uomo che deve darselo, allora il rischio è la perdita di rapporto con le cose e le persone, potremmo anche dire la follia. In maniera emblematica Nietzsche terminerà i suoi giorni nella pazzia.

«La morte di Dio» segna anche la fine dell’uomo concepito come creatura, piena di desiderio di Infinito. Così, l’antropologo Lévi-Strauss (1908-2009) in Tristi tropici arriva a sostenere che perfino il mito non è portatore di un messaggio, ma frutto dell’attività cerebrale dell’uomo. Partendo da un materialismo marxista, i suoi studi mirano a dimostrare che l’uomo non sia religiosus. Quando anche le domande più profonde dell’uomo vengono fatte risalire a reazioni fisiologiche, allora non c’è proprio più nulla che possa distinguere l’uomo dalla bestia e l’homo religiosus è definitivamente ridotto a homo oeconomicus. L’uomo non è più domanda di Infinito, esigenza di felicità, di amore, di bellezza, ma è materia pensante. Anche la natura del desiderio è così ridotta alla stregua dei bisogni materiali. (La Nuova bussola quotidiana del 13-11-2016)