L’uomo si sente ancora creatura di Dio, ma si percepisce in un certo senso affrancato, libero, artefice di sé e del suo destino, per lo meno nella prima parte di questa rinascita. Certo, se la cultura popolare (ovvero quella della maggior parte della popolazione) conserva ancora tutta intatta la forte religiosità che ha connotato il Medioevo, la cultura intellettuale diventa sempre più laica e profana. Si sta verificando quella scissione tra cultura del popolo e cultura degli intellettuali, che viene descritta da Pasolini negli Scritti corsari (1975), scissione che diventerà, poi, espressione di tutta la modernità. Così, dal Rinascimento in poi, il sapere intellettuale si farà portavoce di una «nuova cultura» e la letteratura aulica ed alta raramente si occuperà del sacro.

Il primo Umanesimo, che dai grandi trecentisti Petrarca e Boccaccio arriva a piena maturità alla metà del Quattrocento, esalta l’uomo, la sua libertà e la sua capacità di essere faber fortunae suae, artefice del proprio destino. Pico della Mirandola nella sua Oratio de hominis dignitate descrive l’uomo come creatura poco inferiore agli angeli, capace da un lato di sprofondare fino agli Inferi, dall’altro di elevarsi fino al Cielo. Pico afferma che Dio ha dato solo all’uomo la facoltà di scegliere la propria condizione, mentre tutte le altre creature sono vincolate nel loro comportamento in maniera deterministica.

L’umanista Poggio Bracciolini (1380-1459), che fu segretario dell’antipapa Giovanni XXIII, scrive all’amico Guarino Veronese: «O Dio immortale, che cosa può esservi di più piacevole, caro, gradito a te e agli altri uomini dotti che la conoscenza di quelle cose per la cui familiarità diventiamo più colti e, ciò che più conta, più raffinati?». Coluccio Salutati affermerà che «merita il Paradiso chi ha ottenuto la fama su questa Terra». Una nuova prospettiva mondana, che non nega l’aldilà e la questione religiosa, ma li sradica dalla vita dell’al di qua e dalla quotidianità, si afferma affrancando l’uomo da Dio e da quell’abbraccio misericordioso così ben descritto nella miniatura di santa Ildegarda di Bingen. L’uomo vitruviano collocato al centro, proporzionato e misurato e al contempo lui stesso misura dello spazio e della realtà, diventa l’emblema dell’estrema fiducia nella ragione umana come ratio sui et universi, misura di sé e della realtà..

            Questa presunzione reggerà, però, per pochi decenni. Ben presto, nella produzione letteraria di Machiavelli e di Guicciardini maturerà la consapevolezza della limitata capacità della virtù umana di fronte alla fortuna. L’intelligenza umana, l’ingegno, il progresso nulla possono di fronte alla fragilità umana, alle circostanze negative, alle catastrofi naturali. Se Machiavelli attribuirà alla virtù umana una parziale possibilità di contrastare la fortuna attraverso l’uso della prudenza (previdenza), l’altro grande letterato fiorentino del Cinquecento, Guicciardini, che ha ottenuto tanti incarichi importanti e ha rivestito ruoli politici di prim’ordine, mostra una sfiducia totale nella possibilità dell’uomo di contrastare la sorte, paragonata ad «un mare agitato da venti» contro cui nulla si può opporre.

Nell’Orlando furioso L. Ariosto (1474-1533) presenta l’esito del processo di cambiamento della visione dell’uomo dall’epoca medioevale a quella rinascimentale e descrive la fine della tracotanza e della presunzione dell’uomo di poter plasmare se stessi e la realtà.          In forma poetica Ariosto rappresenta la sua visione dell’uomo, che è sintomatica di una crisi che ha ormai intaccato sia le certezze medioevali che quelle del primo Rinascimento. Così, fin dal primo canto del poema incontriamo la selva di dantesca memoria in cui i valorosi paladini si perdono dietro la ricerca di quel bene che è diventato per loro l’idolo principale della vita. Chi cerca l’armatura, chi il cavallo, chi la donna di cui si è innamorato, tutti cercano qualcosa che possa dissetare la loro brama di felicità. La ricerca è, però, vana. Viene qui ribaltata la queste medioevale, quella di Dante che segue il maestro Virgilio prima e Beatrice poi verso il Paradiso, quella di Perceval che vuole ritrovare il Sacro Graal, che è segno dell’ultima cena e quindi dell’eucarestia e, quindi, di Cristo. La stessa queste inconcludente troviamo nel palazzo incantato dove il mago Atlante ha per la seconda volta rinchiuso Ruggero per proteggerlo dal mondo e dalla morte che gli è stata profetata nel momento in cui sposasse Bradamante. Nell’Orlando furioso vi sonotanti uomini soli che hanno perso di vista l’ideale e che sono sballottati dalla sorte e dalla passioni «di qua di là di su di giù», come i lussuriosi dell’Inferno dantesco. Il grande paladino Orlando, che nella tradizione combatteva per l’ideale cristiano e per il suo signore, ora impazzisce per amore quando scopre che la donna che lui ama si è sposata con Medoro. Sarà Astolfo sull’Ippogrifo a recuperare il senno di Orlando sulla Luna. Tramontata è la certezza di un bene più grande per cui valga davvero la pena agire, di un destino positivo per l’uomo e, nel contempo, i beni terreni appaiono come vani. Questo è l’inizio della Modernità in cui dubbio, insicurezza nella conoscenza, incertezza sulla donna e sui rapporti umani, eliminazione di Dio dall’orizzonte della storia e dell’azione umana diventano specchio di un cambiamento ormai avvenuto.Non c’è ancora il relativismo, perché il giudizio è chiaro. I personaggi ariosteschi, però, non vivono più la vita come avventura, perché è stato estromesso il Mistero dalle vicende umane. Una degradazione parodistica del cavaliere è quella descritta nella pazzia di Orlando, quando il paladino diventa prima fante, poi si priva delle armi perché impazzito per amore di Angelica e va per le campagne sradicando querce e uccidendo cristiani.

L’uomo rinascimentale sta perdendo quella dimensione comunitaria e di appartenenza ad un ideale comune, che abbiamo riconosciuto come uno dei tratti salienti della cultura medioevale. Pensiamo che quasi contemporanea alla prima edizione del Furioso (1516) è la riforma protestante (1517), che separa la coscienza dell’uomo dalla chiesa, la chiesa locale dalla chiesa di Roma, riduce l’uomo al suo rapporto personale con Dio, di fronte al proprio peccato e all’incredibile grandezza del Mistero. Non servono più chiesa, sacramenti, preti. Raggiungere la meta è diventato un traguardo da perseguire da soli, senza aiuti, senza mediazioni, senza compagnie. Questo tipo di individualismo si impadronisce anche di uomini che non aderiscono al protestantesimo, ma che sentono, pur se in ambito cattolico, la suggestione del pensiero di Lutero. La chiesa peccatrice è stata separata dal Cristo perfetto. Come si potrà da soli seguire Cristo al di fuori della compagnia della chiesa? (La Nuova Bussola quotidiana dell’8-1-2017)