Mentre sprofonda nella selva oscura, Dante incontra una persona (fantasma o uomo in carne ed ossa?). Questo incontro è imprevisto, gratuito e insperato. Non sono i meriti e le capacità personali a salvare Dante. Ciò che lo salva è la sua capacità di domandare aiuto, la sua mendicanza che subentra all’iniziale desiderio di totale autonomia tanto che grida: «Miserere di me».

Dante comprende di avere davanti a sé Virgilio, suo maestro dal punto di vista umano e poetico, figura che nel Medioevo è percepita come un profeta, poiché ha anticipato l’avvento di Cristo nella IV egloga (oggi sappiamo che il poeta mantovano non si riferiva in quei versi alla nascita di Gesù).

Dopo aver svelato la sua identità, Virgilio invita Dante a riconoscere in maniera consapevole di avere bisogno di aiuto: «Ma tu perché ritorni a tanta noia?/ perché non sali il dilettoso monte/ ch’è principio e cagion di tutta gioia?». Ovvero gli domanda perché non salga da solo il monte da cui deriva ogni felicità (il colle luminoso).

Virgilio è riconosciuto da Dante come maestro e guida autorevole. Qual è il compito del maestro? Come riconosciamo nella vita i nostri maestri?