Se non c’è ragione di essere ottimisti nel mondo in cui viviamo, per le molteplici sventure a cui siamo sottoposti, conviene all’uomo perseguire il proprio obiettivo, coltivare il proprio talento e i propri interessi, così come Voltaire comunica alla fine del romanzo:

 

«So anche – disse Candido – che bisogna coltivare il proprio giardino». «Avete ragione- disse Pangloss -poiché quando l’uomo fu posto nel giardino dell’Eden, vi fu posto ut operaretur eum, affinché lavorasse. Il che prova che l’uomo non è nato per la quiete».

«Lavoriamo senza ragionare – disse Martin – è il solo modo per rendere la vita sopportabile». Tutta la piccola comitiva condivise questo lodevole progetto e ognuno si mise a esercitare i propri talenti. Cunegonda era invero bruttissima, ma divenne un’eccellente pasticciera; Paquette si diede al ricamo; la vecchia ebbe cura della biancheria. Anche frate Giroflèe si rese utile, fu un ottimo falegname e diventò perfino galantuomo. E Pangloss diceva ogni tanto a Candido: «Tutti gli eventi formano una catena nel migliore dei mondi possibili. Giacché insomma, se non foste stato schiacciato da un bel castello a calcioni nel sedere per amore della signorina Cunegonda, se non foste stato sottoposto all’’Inquisizione, se non aveste percorso l’America a piedi, […], non sareste qui a mangiar cedri canditi e pistacchi…». «Ben detto» rispose Candido «ma bisogna coltivare il nostro giardino».

 

Voltaire arriva a teorizzare che l’individualismo sia l’unica arma per difendersi dalla violenza e dal male. Al contrario Leopardi affermerà nella «Ginestra» (1836) che, considerato il male che ci è stato dato in sorte dalla Natura, l’uomo deve coalizzarsi e vivere in maniera solidale e benevola, amandosi reciprocamente. La posizione di Leopardi è titanica e insostenibile, la storia lo dimostra. La posizione di Voltaire è quella che si affermerà nella contemporaneità, non ovunque, ma laddove non viene riconosciuta una Presenza buona da cui dipende tutto. Quando non vengono riconosciute delle ragioni per la speranza dell’uomo, non è possibile davvero operare per il bene dell’altro. L’uomo non può che rinchiudersi nella solitudine e nell’egoismo, coltivando il proprio orto.