Nel capitolo XVIII, perso addirittura il saluto della donna amata, a colloquio con altre donne, Dante capisce che fine del suo amore deve essere la lode della bellezza di lei. Più tardi, nel capitolo XXVI, così la descrive:

 

 

Tanto gentile e tanto onesta pare

la donna mia quand’ella altrui saluta,

ch’ogne lingua  deven tremando muta,

e li occhi no l’ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,

benignamente d’umiltà vestita;

e par che sia una cosa venuta

da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira,

che dà per li occhi una dolcezza al core,

che ‘ntender no lla può chi no lla prova:

e par che della sua labbia si mova

un spirito soave pien d’amore,

che va dicendo all’anima: Sospira.

È bene notare che il verbo «parere» in questo sonetto, come ha ben evidenziato Gianfranco Contini, uno dei più grandi studiosi novecenteschi di Dante, significa «emerge in tutta la sua oggettività». La presenza così abbondante nel testo, abbinata al verbo «mostrasi» (cioè emerge come monstrum, in latino «cosa prodigiosa, straordinaria»), sottolinea la sorprendente epifania a cui gli spettatori possono assistere, manifestazione sacra di una donna che è tanto più bella tanto più ama e vuole il bene. La bellezza che traluce all’esterno è, infatti, frutto della straripante e incontenibile «bontà d’animo».

La donna è, qui, miracolo, meraviglia, segno stesso del divino nella realtà, possibilità per l’uomo di elevarsi e di andare verso il cielo. Nel rapporto con la donna l’uomo ha la possibilità di realizzarsi e di compiersi. Se Cristo è la via e, nel contempo, la verità, e se Beatrice è figura di Cristo, allora anche Beatrice è via per andare a Dio. Questa è la bellissima idea sottesa alla concezione d’amore dantesca espressa nella Vita nova: la donna è «cristofora», il rapporto dell’uomo con lei è sacramentale.

Nell’opera, poi, Beatrice muore. Dante affermerà al termine dell’opera (capitolo XLII) che non scriverà più di Beatrice finché non sarà in grado di scrivere quello che non è mai stato detto su alcuna donna.

 

Apparve a me una mirabile visione, nella quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedecta infino a tanto che io potessi più degnamente tractare di lei. […] Io spero di dire di lei quello che mai non fue detto d’alcuna.

 

È il preannuncio della Divina commedia, in particolar modo della poesia del Paradiso, che verrà composto vent’anni più tardi.

Nel I canto, dopo aver fissato Beatrice negli occhi, Dante inizia a salire verso l’alto. Nell’imitazione della donna amata, nel «guardarla» non come idolo, ma come segno del Mistero che la compie, si realizza quel processo di ascesi che porta l’uomo a contemplare e ad adorare l’Autore del Creato e della bellezza.

 

[…] Beatrice in sul sinistro fianco

vidi rivolta e riguardar nel sole:

aguglia sì non li s’affisse unquanco.

E sì come secondo raggio sòle

uscir del primo, e risalire in suso

pur come pelegrin che tornar vuole,

così de l’atto suo, per li occhi infuso

ne l’imagine mia, il mio si fece,

e fissi li occhi al sole oltre nostr’uso.

 

Anche Dante guarda verso l’alto, dopo aver guardato Beatrice che rivolge i suoi occhi al cielo. Dante è invitato dalla donna a non soffermarsi su di lei, ma ad andare oltre: ama davvero chi rimanda al senso del tutto, chi indica il Cielo e l’Autore di tutte le cose. Beatrice ora in Paradiso ama davvero Dante perché lo indirizza a Cristo.

Certo, permane in Dante tutta la consapevolezza della possibilità di peccare e di cadere nel peccato di idolatria: rimanere troppo vicino a Beatrice, fermare lo sguardo solo su di lei è rischio che l’uomo corre tutti i giorni e siamo invitati alla vigilanza perché nessuna conquista è ottenuta una volta per tutte.

Altrimenti, Beatrice può essere per noi la Francesca del V canto dell’Inferno.