Con atteggiamento prometeico l’illuminista si avvale del nuovo fuoco (la ragione) per contrapporsi al cielo, di cui pensa ormai di poter fare a meno. In Terra cerca di costruire il nuovo mondo e per questo si istruisce, diventa erudito, poligrafo e poliglotta, coltiva l’enciclopedismo e tende al cosmopolitismo. Non è più cittadino di una patria, ma appartenente al mondo intero, degna cornice in cui lui possa abitare. Convinto di un futuro perfetto, in cui tutti i limiti umani potranno essere superati e si realizzeranno le «magnifiche sorti e progressive», considera il peccato originale come un’invenzione della chiesa e attribuisce la presenza del male nel mondo o alla natura o al progresso storico dell’uomo (Rousseau).

In realtà, però, gli stessi illuministi francesi si differenziano spesso per idee e prese di posizione nei dibattiti culturali. Come abbiamo visto alla fine del capitolo precedente Voltaire nel romanzo Candido attacca quell’ottimismo tipico di tanta cultura settecentesca e che è aspetto saliente di tanto Illuminismo francese. Nel dibattito sul terremoto di Lisbona, poi, Rousseau replicherà a Voltaire che la colpa della catastrofe umana (la distruzione dell’intera città) non è da attribuire alla natura, ma al progresso. Se l’uomo non avesse costruito tutte le case vicine nella città, non sarebbe avvenuto un simile disastro.