Al Sacrario Militare di Redipuglia, il Papa ha pronunciato un forte discorso dove ha identificato nell’ideologia e nel peccato la radice della guerra in genere e delle guerre mondiali in particolare. Trattando della Prima Guerra Mondiale – ma anche della Seconda – questo Magistero si situa in continuità con quello di san Giovanni Paolo II (1920-2005), che fu anch’egli pellegrino a Redipuglia nel 1992, e di Benedetto XVI.

La riflessione sulla Prima Guerra Mondiale come inizio di una tragedia europea che dura fino ad oggi è cruciale nel pensiero di Joseph Ratzinger, che come Papa volle assumere il nome di Benedetto in omaggio non solo a san Benedetto (480-547), che con i suoi monaci creò l’Europa, ma anche a Benedetto XV (1854-1922), il quale cercò invano d’impedire che le ideologie cominciassero a distruggerla e di fermare – insieme con il beato Carlo d’Asburgo (1887-1922) – l’«inutile strage» della Prima Guerra Mondiale. A proposito di questa guerra, il cardinale Ratzinger amava ricordare le parole, pronunciate all’inizio del conflitto, dal ministro degli Esteri britannico sir Edward Grey (1862-1933): «Le lampade si stanno spegnendo in tutta Europa, e nella nostra vita non le vedremo mai più accese». E quelle di Winston Churchill (1874-1965) in una lettera alla moglie: «Un’ondata di follia ha sconvolto la mente della Cristianità». Non si tratta di pacifismo generico ma di denuncia di un tipo speciale di guerra, la guerra moderna, che nasce dalle ideologie e ha il suo tipo nelle guerre mondiali del XX secolo.

«Dopo aver contemplato la bellezza del paesaggio di tutta questa zona, dove uomini e donne lavorano portando avanti la loro famiglia, dove i bambini giocano e gli anziani sognano… trovandomi qui, in questo luogo, vicino a questo cimitero – ha affermato Papa Francesco – trovo da dire soltanto: la guerra è una follia. Mentre Dio porta avanti la sua creazione, e noi uomini siamo chiamati a collaborare alla sua opera, la guerra distrugge. Distrugge anche ciò che Dio ha creato di più bello: l’essere umano. La guerra stravolge tutto, anche il legame tra i fratelli. La guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione: volersi sviluppare mediante la distruzione!».

La guerra nasce dal cuore pieno di peccato dell’uomo, ha detto il Papa – «la cupidigia, l’intolleranza, l’ambizione al potere» – ma nell’epoca moderna «questi motivi sono spesso giustificati da un’ideologia» che serve da «giustificazione» per «la passione» e «l’impulso distorto». Ci si deve chiedere però, ha affermato Francesco, perché le ideologie riescano a fare proseliti, a distruggere, a sconvolgere il mondo. Perché nessuno le ferma? La risposta sta nella frase di Caino: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9), tradotta da tanti in un banale e terribile «A me che importa?».

«Sopra l’ingresso di questo cimitero – ha insistito il Papa –, aleggia il motto beffardo della guerra: “A me che importa?”. Tutte queste persone, che riposano qui, avevano i loro progetti, avevano i loro sogni…, ma le loro vite sono state spezzate. Perché? Perché l’umanità ha detto: “A me che importa?”».

Papa Francesco è poi tornato sull’idea, già esposta ai giornalisti durante il volo di ritorno dalla Corea, secondo cui «oggi, dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale, forse si può parlare di una terza guerra combattuta “a pezzi”, con crimini, massacri, distruzioni…». Gli storici discuteranno se la guerra mondiale in corso sia la terza o non piuttosto la quarta, posto che la terza è stata la cosiddetta «guerra fredda» – non priva però di momenti «caldi», dalla Corea al Vietnam – fra il blocco comunista sovietico e l’Occidente. Negli Stati Uniti qualcuno ricorda anche che l’idea secondo cui i tanti conflitti regionali in corso dopo la fine dell’impero sovietico vanno a comporre una nuova guerra mondiale era stata proposta originariamente dal presidente George W. Bush e dal suo segretario di Stato Condoleezza Rice: personaggi che i media internazionali associano difficilmente a Papa Francesco ma che forse su questo punto specifico avevano ragione.

Il Papa, tuttavia, non ha insistito tanto sul quadro geopolitico della nuova guerra mondiale ma sulle sue radici morali, o piuttosto immorali: le ideologie, che si affermano a causa del peccato e dell’ignavia di tanti che si rifugiano nel proprio privato e si disinteressano delle tragedie in atto. Anche oggi, ha detto, «a essere onesti, la prima pagina dei giornali dovrebbe avere come titolo: “A me che importa?”. Caino direbbe: “Sono forse io il custode di mio fratello?”».

Questo atteggiamento, afferma il Pontefice, «è esattamente l’opposto di quello che ci chiede Gesù nel Vangelo». Gesù insegna che «chi si prende cura del fratello, entra nella gioia del Signore; chi invece non lo fa, chi con le sue omissioni dice: “A me che importa?”, rimane fuori». La Prima Guerra Mondiale impressiona per il numero delle vittime. Ma «anche oggi le vittime sono tante… Come è possibile questo? È possibile perché anche oggi dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi, che sembra essere tanto importante! E questi pianificatori del terrore, questi organizzatori dello scontro, come pure gli imprenditori delle armi, hanno scritto nel cuore: “A me che importa?”».

Riflettere sui guasti provocati dalle ideologie e dal «non me ne importa» di tanti e di troppi dovrebbe essere al centro della riflessione sulla Prima Guerra Mondiale. Del resto, «è proprio dei saggi riconoscere gli errori, provarne dolore, pentirsi, chiedere perdono e piangere». Ma difficilmente accadrà, perché «il cuore corrotto ha perso la capacità di piangere. Caino non ha pianto. Non ha potuto piangere. L’ombra di Caino ci ricopre oggi qui, in questo cimitero. Si vede qui. Si vede nella storia che va dal 1914 fino ai nostri giorni. E si vede anche nei nostri giorni».

Ecco dunque l’invito di Papa Francesco: cercare «la conversione del cuore: passare da “A me che importa?”, al pianto. Per tutti i caduti della “inutile strage”, per tutte le vittime della follia della guerra, in ogni tempo. Il pianto. Fratelli, l’umanità ha bisogno di piangere, e questa è l’ora del pianto». (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 14-9-2014)