Ci immaginiamo tutti palazzetti dello sport e stadi gremiti di migliaia di persone che acclamano i loro divi della musica o dello sport. Mai, forse, potremmo sospettare che migliaia di giovani possano radunarsi per discutere di grandi autori. Eppure, questo accade da anni a Firenze per i Colloqui Fiorentini, evento che richiama da tutta Italia studenti e insegnanti per riscoprire che la letteratura e la bellezza riguardano l’avventura affascinante della vita e del suo significato, dell’uomo e del suo cuore, immutabile nel corso della storia.

A creare quest’occasione di bellezza, incontro e dialogo fu, nel 2002, il professore Gilberto Baroni, presidente di Diesse Firenze e Toscana. Ora corifeo dei Colloqui Fiorentini è Pietro Baroni, insegnante e direttore dell’evento. L’edizione del 2024 è dedicata a Giovanni Pascoli. Suggestivo è il titolo: “C’è una voce nella mia vita”. Per tre giorni, dal 29 febbraio al 2 marzo, incontri, seminari, lavori sul tema si succedono nel Palazzo Wanny, sede del convegno, coinvolgendo studenti e insegnanti.

In questi anni, i Colloqui sono stati la testimonianza che la scuola può essere un’occasione per cogliere la bellezza dell’arte e della letteratura, per capire che leggere è incontrare un uomo con le sue domande e le sue esperienze. Per questo, chi legge animato da una domanda vive a sua volta un’esperienza. La letteratura ha in sé stessa le potenzialità per catturare l’attenzione, la passione, l’entusiasmo dei ragazzi e degli adulti. Il racconto, che da sempre ha affascinato e affascina l’uomo fin da quando è bambino, è capace di conquistare e di avvincere. Dante, Foscolo, Manzoni, Leopardi, Verga, Pascoli, D’Annunzio, Saba, Pavese, Calvino, Pirandello sono alcuni dei grandi classici affrontati in questi anni.

Il saggio Lingua mortal non dice. Da Dante a Calvino, edito da Ares (febbraio 2024), raccoglie alcuni degli interventi del direttore Pietro Baroni a conclusione dei Colloqui Fiorentini, sintesi e bussola per una ricognizione nelle acque attraversate dal poeta o dal romanziere. «Baroni raccoglie, valorizza, porta a frutto quanto nel paziente lavoro di ascolto dei ragazzi, degli insegnanti, dei relatori, i Colloqui depositano nella sua cesta», scrive il poeta Davide Rondoni in prefazione al libro. «E questa cesta di letture di grandi autori provvede a offrire ora […] un ricco carnet di appunti, di scorci […] su alcuni dei grandi autori. E soprattutto una presa sul serio dei moti e del lavoro di tali autori, considerati autori adeguati al cuore e alla mente di tanti giovani».

Senz’altro un grande autore si rivela giovane, cioè contemporaneo, e nostro amico, come sottolinea Machiavelli nella bellissima lettera al Vettori del 10 dicembre 1513. Sa, infatti, esprimere quello che anche noi viviamo e proviamo, le nostre stesse ansie e le nostre aspirazioni, l’ardore e la paura del vivere, l’horror vacui e il desiderio dell’assoluto. «I classici», sottolineava anni fa il critico Raffaele Vacca nel saggio Il finito nella luce dell’infinito, «sono quei testi che vengono dal passato, e che nel leggerli, oltre al godimento, ci rivelano vita vivente, e nel rileggerli sempre qualcosa di nuovo».

Per questo «aiutano a essere se stessi, a conoscere gli altri, a comprendere il finito nella luce dell’infinito e a guardare verso l’infinito conoscendo il finito». Le grandi opere hanno, però, in sé anche un valore profetico. I grandi geni sanno interpretare la propria epoca e sanno capirla, perché comprendono meglio degli altri le chiavi di accesso alla cultura contemporanea. Per questo, quasi sempre, non sono compresi dai lettori coevi, ma vengono apprezzati dai posteri.

La letteratura e la lettura sono, quindi, un’esperienza. Lo sottolinea più volte Pietro Baroni nei tanti capitoli di Lingua mortal non dice dedicati ai grandi autori italiani, utili sia allo studente che per la prima volta apre la finestra su uno scrittore sia all’insegnante che da anni ha incontrato i classici e che ha l’opportunità di incontrarli di nuovo sotto luci nuove. Così, il lettore della Divina Commedia (I Colloqui Fiorentini 2009) non è chiamato a filosofare, ma a partire per un viaggio in compagnia di Dante, nel quale la meta si chiarisce sempre più.

«È l’evidenza della meta che fa la differenza» (Baroni). Dante non comunica solo «il contenuto della sua esperienza», ma ci insegna anche il metodo, ovvero la strada. Quello di Dante è un destino di compimento, anche se in apparenza lui appare uno sconfitto della storia, esule dalla propria città. Per tutti noi, che spesso sembriamo vinti e abbattuti dalle ingiustizie e dal male nostro e altrui, è possibile un destino buono, seguendo le tracce che Dante ha lasciato nel suo capolavoro.

La stessa promessa, «di una felicità immensa, di una grandezza immensa per la vita» (Baroni), è iscritta nei versi e nella prosa di Foscolo (I Colloqui Fiorentini 2012) che ricolloca il «desiderio del cuore dell’uomo al centro della grande letteratura, della grande arte». Contro la logica materialistica e razionalistica del mondo imperante nella sua epoca, Foscolo combatte tutta la vita, convinto che la vera aspirazione umana sia l’eternità, come la ninfa Elettra nel carme Dei sepolcri che desidererebbe ottenere dall’amato Giove la vita in eterno, ma, non potendo conseguirla, spera almeno che il suo nome possa permanere (la fama nel tempo).

Leopardi (I Colloqui Fiorentini 2010 e 2019) è «il poeta della felicità», scrive Baroni, «e tutti quelli che sono venuti dopo hanno dovuto confrontarsi con lui: Montale, Pirandello, Ungaretti, Palazzeschi, Saba, Pascoli, Pavese, Calvino». Per questo «Leopardi è il padre della letteratura del ‘900 e non solo». Nella Lettera a Jacopssen (1823) Leopardi riflette sul fatto che non basta esistere (nel senso di sopravvivere), ma bisogna vivere (pienamente e felici): «Senza dubbio, mio caro amico, bisognerebbe o non vivere proprio o sempre sentire, sempre amare, sempre sperare». Per questo chiede: «Che cos’è dunque la felicità, mio caro amico? E se la felicità non esiste, che cos’è dunque la vita?». Si può vivere rinunciando ad una vita felice? Saremmo ancora uomini qualora desistessimo dalla ricerca di quel fine (la felicità) che più sentiamo innato al nostro cuore? Se di fronte a queste domande di Leopardi, ai versi del poeta e a tante pagine dello Zibaldone i ragazzi sentono vicinanza e sintonia, sarà il segno che sul piano della descrizione dell’animo umano Leopardi ha raggiunto un livello di chiarezza e profondità rare, se non uniche.

Come Leopardi e la sua produzione letteraria sono stati spesso ridotti nelle scuole e negli studi critici, anche l’opera di Pirandello (I Colloqui Fiorentini 2017) ha subìto la stessa sorte, ridotta al «pirandellismo» (come accusa lo scrittore nell’articolo “Abbasso il pirandellismo” del 15 dicembre 1931). L’uomo, assopito dal trambusto quotidiano, addormentato dalle incombenze e dal divertissement, ha bisogno che accada qualcosa che risvegli il suo io, come nelle novelle Il treno ha fischiato e Ciàula scopre la Luna. L’uomo è come un bambino, che scopre la realtà nel momento in cui la guarda con stupore e meraviglia. E proprio come un bambino ciascuno di noi ha bisogno di un padre, di un autore che gli indichi una strada percorribile (I sei personaggi in cerca d’autore). Nel Lazzaro leggiamo che è necessario «ridare le ali» (speranza) agli sfiduciati, «vivere in Dio le opere che compiamo» (offerta), cercare il «centuplo quaggiù prima che l’eternità» (felicità e salvezza).