Il titolo è decisamente ambizioso, come ammette la stessa autrice Silvia Stucchi nell’introduzione, e proprio per questo cattura fin da subito: Come il latino ci salva la vita (edizioni Ares). L’immagine di copertina, tratta dalla serie Hipsters in Stone di Léo Caillard, comunica più di tante parole: una statua antica che indossa una t-shirt moderna, occhiali da sole e forse si sta facendo un selfie. La modernità indossa altri abiti, ma è nella sostanza impastata del passato, si rimira in modo narcisistico e troppe volte non sa vedere la statua antica oltre quegli occhiali da sole e sotto quella maglietta. Questa è una possibile lettura, ma ne potremmo offrire tante altre in cui modernità e antichità costituiscono non tanto due soggetti diversi, ma un unicum in viaggio nel tempo, in cui si possono distinguere elementi comuni e altri ben differenziati.

Il presente non basta, come recita il saggio di Ivano Dionigi, e nel contempo «il latino non è agli antipodi della modernità, non è nemico della tecnologia, anzi è un suo alleato» (Silvia Stucchi), «il latino è la lingua delle lingue che saranno, […] è lingua futura, perché fa nascere senza sosta denominazioni e parole attraverso cui dare ordine all’esperienza o addirittura farla nascere» (Nicola Gardini).

Il latino «è la lingua delle nostre radici, la nostra identità storica e culturale» (S. Stucchi), perché spalanca la comprensione del presente come epoca che è figlia di un passato. La nostra cultura occidentale è, infatti, radicata nella cultura greca, in quella romana e in quella cristiana.

Abbiamo ereditato il ragionamento, la filosofia, il gusto della bellezza dai Greci, il diritto, il senso dell’unità dello Stato dai Romani, una nuova concezione della persona, della civiltà, della società dall’avvenimento cristiano. Quindi, studiare la civiltà, la letteratura e la lingua latine significa conoscere le proprie radici, è un po’ come conoscere meglio un proprio genitore. Permette di cogliere ciò che accomuna l’uomo di oggi all’uomo antico e, nel contempo, introduce alla comprensione del cambiamento avvenuto nei secoli.

Insegnante di Liceo e di università, giornalista ed autrice di numerosi saggi, Silvia Stucchi non vuole stendere un’apologia della lingua classica, definita dai più morta, e approda ad un livello di pretesa ben più alto: il latino non soltanto può servire nella vita, ma salva.

La questione è come si affronta lo studio di questa lingua. Se l’approccio è superficiale e leggero, se si evitano in tutti i modi la fatica e il sacrificio, se non si giunge a cogliere la bellezza e la profondità della lingua e di alcuni testi letterari classici, lo studio del latino può davvero non servire a nulla.

Viceversa, se lo si affronta con passione  e metodo dettato da maestri che hanno scoperto il fascino e l’utilità di questa lingua che è viva, se solo abbiamo imparato ad attivarla, allora il latino può servire a tutto e a tutti, come abbiamo vista nella rubrica Il latino serve a tutti.

La conoscenza del Latino può, infatti, illuminare il linguaggio e le parole, che sono l’esito della storia di una civiltà, dell’evoluzione umana, della cultura di un popolo. I latini pensavano che il termine nomen derivasse etimologicamente da omen, cioè che la parola indicasse in sé il destino dell’oggetto o della persona, le sue caratteristiche specifiche.

Grazie ai Latini noi apprendiamo la retorica, che è ars suadendi, bene scribendi e bene dicendi, ovvero la disciplina che insegna a persuadere, a scrivere bene e a parlare bene,. Quest’antica disciplina, madre di tutte le discipline, dovrebbe essere di nuovo inserita nelle scuole odierne. «Saper parlare bene», «saper scrivere bene», il «saper ragionare» e il «saper giudicare» sono competenze trasversali fondamentali, per usare il lessico più di moda nella pedagogia scolastica contemporanea.

La lettura delle grandi opere della letteratura latina, di Virgilio, di Orazio, di Seneca, di Cicerone (per citare solo qualche nome illustre) permette di incontrare i «grandi del passato», di confrontarci con loro, di scoprire il loro pensiero, i loro vertici artistici, ecc.

Si può scoprire un retroterra di domande esistenziali che accomuna l’uomo antico e quello contemporaneo: domande di senso, di esigenza d’amore, di felicità, di salvezza.

Si può scoprire che le acquisizioni contemporanee non provengono ex nihilo, ma sono figlie dei padri del passato.

Ma è sbagliato, sottolinea l’autrice, insistere solo sulle somiglianze tra il mondo latino e noi, dicendo che i Romani «erano proprio come noi». Non è affatto vero: gli antichi Romani erano molto diversi da noi; e anche della loro letteratura […] noi possiamo fruire alla stessa maniera con cui oggi fruiamo del Foro Romano.

Gli antichi, come scrive ancora Luciano Canfora in Gli antichi ci riguardano, «non sono un modello aureo di perfezione, armonia, compiutezza; e non sono il nostro specchio». Ci permettono di capire meglio il nostro mondo, perché già nell’antichità erano emersi problemi irrisolti, come nella società odierna e per questo «gli antichi non vanno solo ammirati o rimirati. […] Bisogna saperli interrogare sulle questioni cruciali che ancora oggi ci riguardano», da loro individuate prima.

L’autrice vuole fare un viaggio «per temi dentro alcuni problemi della nostra vita quotidiana», «senza piglio austero, ma cercando, ogni tanto, di strapparci un sorriso». Dai dissapori familiari ai rapporti del figlio con l’autorità del pater familias, dall’educazione dura della romanità alla ritualità dinanzi alla morte (in alcun modo improntata alla spontaneità), dalla scuola alla dieta passando per tanti altri temi come le vacanze, il rapporto tra l’uomo e l’ambiente, l’amore, l’amicizia, l’arte di abbellirsi attraverso il trucco, la vecchiaia, la vita politica, l’ansia, l’autrice ci accompagna per mano per farci scoprire come c’è un uomo che calpesta i sentieri di questa Terra, spesso con la pretesa o la presunzione di essere stato il primo ad affrontare certi problemi o a cercare e trovare risposte a certe domande.

Il viaggio porta ad una scoperta: alcune domande hanno sempre contraddistinto l’animo umano, altre risentono profondamente dell’epoca in cui si vive. Un esempio? Se l’uomo moderno si sofferma su come stia influenzando e modificando l’ambiente, l’uomo romano era interessato alle influenze che l’ambiente aveva sull’uomo e sui popoli.

Perché il latino ci salva allora? Provo ad offrire una prima iniziale risposta attingendo all’immagine dell’adolescente: questi è tale e rimane nel suo mondo, ripiegato su se stesso senza capacità di aprirsi ed esporre i suoi problemi agli altri fino a quando è convinto che le questioni che vive siano solo sue e non anche presenti in altri ragazzi coetanei; quando scopre che non c’è ragione di vergognarsi di quanto vive e dei problemi che attraversa, quando il problema si traduce in domanda e condivisione, allora avviene una crescita che porta il ragazzo ad un cambiamento e ad una uscita da sé in un dialogo fruttuoso con l’altro. Bene, la modernità deve imparare ad uscire da questo rapporto narcisistico che vive con la propria epoca imparando a dialogare con il sé che ci ha preceduto: l’uomo del passato, che indossava altri panni, ma aveva lo stesso cuore. (articolo pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 12-10-2020)