Nella Prefazione al romanzo Eva (1873), Verga sostiene che la sua opera è specchio della società e della cultura in cui vive. Se i personaggi sono, spesso, scioperati e dissoluti, alla ricerca solo di donne e di denaro, il pubblico non se la prenda con lui che scrive, ma con la società:

Non maledite l’arte che è la manifestazione dei vostri gusti. I Greci innamorati ci lasciarono la statua di Venere; noi lasceremo il «cancan» litografato sugli scatolini dei fiammiferi. Non discutiamo nemmeno sulle proporzioni; l’arte allora era una civiltà, oggi è un lusso: anzi, un lusso da scioperati.

Ecco, per così dire, tratteggiata la distanza tra la cultura greca e quella moderna, tra una civiltà in cui l’arte aspirando al bello e al buono rivelava l’animo stesso dell’uomo e quella odierna in cui «la civiltà è il benessere». Al riguardo scrive Verga:

In fondo ad esso [il mondo moderno], quand’è esclusivo come oggi, non ci troverete altro, se avete il coraggio e la buona fede di seguire la logica, che il godimento materiale. In tutta la serietà di cui siamo invasi, e nell’antipatia per tutto ciò che non è positivo – mettiamo pure l’arte scioperata – non c’è infine che la tavola e la donna. Viviamo in un’atmosfera di Banche e di Imprese industriali, e la febbre dei piaceri è la esuberanza di tal vita.

Dalle parole scritte da Verga ad oggi sono passati quasi centocinquant’anni. Un extraterrestre che giungesse sulla Terra nei primi decenni del ventunesimo secolo, vedendo i programmi televisivi e leggendo i romanzi di oggi, i rotocalchi, le riviste e i quotidiani, si farebbe immediatamente un’immagine dell’uomo ideale che viene veicolato dalla struttura massmediatica odierna, coincidente, spesso, con il personaggio di successo. In un certo senso in ogni epoca il personaggio ideale è considerato quello che si afferma più distintamente. Oggi, merita la copertina colui che guadagna di più o fa più scalpore o audience, magari attraverso comportamenti volutamente sopra le righe, oppure calciatori e veline, cantanti che denunciano la propria depressione o la propria dipendenza dalle droghe, ragazzi che ostentano la propria ignoranza e la propria subcultura durante trasmissioni televisive. Tutto ciò oggi sembra andare di moda ed attrarre.

Non è, però, l’esito casuale di un frangente storico, ma cifra distintiva di una nuova cultura o meglio pseudocultura. Oggi giorno giudizi su eventi storici o cambiamenti epocali sono affidati alla verbosità e all’irruenza dei talk show e delle trasmissioni televisive di maggior successo piuttosto che alla riflessione e alla ragionevolezza di chi, in maniera autorevole, parla a nome di un popolo. Se lo stesso extraterrestre ritornasse indietro nell’Atene del V secolo a. C., potrebbe assistere alle tragedie greche nei teatri. La tragedia è in quegli anni uno spettacolo popolare a cui tutti assistono, probabilmente anche le donne. Migliaia di persone si recano al teatro di Dioniso, hanno magari scarsa cultura filosofica o preparazione culturale.

La tragedia quindi deve essere facile da capire; può affrontare problemi anche complessi (che riguardano la politica e la vita privata), ma deve farlo in modo da coinvolgere tutti. La tragedia è «pop». Dunque non è strano mettere in campo storie forti, dove i sentimenti sono intensi e le posizioni chiaramente delineate. […] Le tragedie devono piacere alla gente, perché è il consenso popolare che assicura la fama e il successo. Gli spettacoli teatrali fanno parte del programma di grandi feste cittadine e sono concepiti come una forma di intrattenimento. Andare a teatro però non è un passatempo privo di contenuto. […] Il drammaturgo sa che i suoi concittadini vogliono passare qualche ora piacevole, ma vogliono anche «portare a casa» qualcosa di utile (Giuseppe Zanetto).

Anche ventimila persone possono riempire il teatro di Dioniso durante le feste. Lo Stato desidera che tutti possano partecipare agli spettacoli e per questo paga il biglietto ai cittadini meno abbienti. «Tutto è pensato e organizzato perché la tragedia sia un’esperienza condivisa: ci si aspetta che la gente vada a vederla, la apprezzi, la ami» (G. Zanetto).

È possibile ritornare indietro nel tempo nell’Atene del V secolo a. C., leggendo le tragedie greche, magari facendosi accompagnare da un bellissimo libro di Giuseppe Zanetto (insegnante di Letteratura greca all’università Statale di Milano) da poco pubblicato da Feltrinelli – Miti di ieri, storie di oggi – che ha tanti pregi. Godibile e fruibile da un vasto pubblico di lettori per la piacevolezza e la semplicità della scrittura, il saggio mostra l’estrema attualità dei miti greci e delle tragedie antiche (come peraltro dichiara il sottotitolo del saggio: La tragedia greca racconta le passioni e il destino del nostro mondo) e fa riflettere non prima di aver delineato in sintesi la trama delle opere.

Le tragedie si avvalgono del linguaggio del mito, da tutti conosciuto in Grecia, «la bibbia del popolo greco». Per questo le tragedie possono essere paragonate agli affreschi che mettono in scena i momenti principali della storia sacra o delle vicende di un santo nelle chiese medioevali.

La tragedia è facile, ma non banale; è pop, ma non superficiale né frivola. Usa il linguaggio del mito, che è un messaggio forte e semplificato, per affrontare i temi del vivere: temi universali, che sono presenti in tutte le culture ed epoche. Queste sono le ragioni per cui la tragedia greca è ancora attuale (G. Zanetto).

Il rapporto tra i mariti e le mogli (Agamennone, Medea), la violenza della guerra (Sette a Tebe, Troiane) e sulle donne (Ifigenia in Aulide), quella di una madre che uccide i propri figli (Medea) o di un uomo che subisce il destino beffardo di fuggire da una sorte profetizzata e di prendere consapevolezza di averla adempiuta senza volerlo (Edipo re), il rapporto con le altre culture e con gli altri popoli (Persiani) sono solo alcuni dei tanti temi che la tragedia antica affronta.

Quanto avremmo da imparare oggi da una cultura che voleva divertire e, nel contempo, educare ad un bene. Tutto ciò che si vede o che si legge ci forma e ci plasma, anche se non ne siamo consapevoli. E oggi, troppo spesso, i programmi e i mezzi di comunicazione di massa ci formano ad una gaia disperazione, ad un’immotivata spensieratezza o ancora ad una violenta e improduttiva ribellione.

Le tragedie greche educano a cogliere la profondità della vita e dell’uomo:

che cosa sia davvero l’uomo è un mistero […]. L’uomo è «effimero», cioè creatura di un giorno; se si affida alle sue forze, non è nulla, è «ombra di sogno». Ma se, consapevole della sua finitezza, si abbandona fiducioso al dio, può gustare la dolcezza della vita. […] Se l’Edipo re mette in scena la miseria dell’uomo, la nuova tragedia [Edipo a Colono] apre uno spiraglio di speranza. Il messaggio ultimo è questo: la vita è indecifrabile, può sembrare una sequenza insensata di mali; ma la morte forse dà un senso a ciò che l’ha preceduta. Non è impossibile che ci sia, alla fine di tutto, una salvezza (G. Zanetto).

Il genio greco intuisce che la salvezza deve arrivare da un essere superiore, così come nel Fedone il filosofo Platone (427 a. C. – 347 a. C.) intuisce che l’uomo ha bisogno di una Rivelazione divina per cogliere la verità. A colloquio con Socrate, condannato a morte, Simmia afferma:

Non setacciare le teorie su questi temi (l’aldilà, il Destino dell’uomo) parola per parola, e arrendersi prima che uno, solo dopo una ricognizione completa, non abbia più nulla da dire, sarebbe da uomo proprio senza spina dorsale. In tali frangenti bisogna percorrere fino in fondo una di queste strade: o farsi dar lezione sull’argomento; o risolvere da soli il problema; o se è impossibile far questo, afferrarsi alla teoria umana più affidabile, meno vulnerabile alle critiche, e salitici sopra, come su una scialuppa, arrischiarsi, guadare la vita, se non si può fare la traversata in modo meno pericoloso, più tranquillo, su un’imbarcazione più robusta, quale sarebbe una rivelazione divina.

(pubblicato su La Nuova bussola quotidiana del 3-1-2020)