Considerato ottocentesco per l’argomento, decadente per i toni e per il dilagante senso di crisi che pervade la storia, Il Gattopardo ottenne il consenso di un pubblico di lettori che nel decennio precedente aveva apprezzato opere di stampo neorealista.

Pubblicato per conto della Feltrinelli nel 1958, vinse il Premio Strega nel 1959 e divenne il primo best seller italiano (nei primi otto mesi aveva venduto duecento cinquantamila copie). Con Il Gattopardo il successo delle vendite si coniugò ad un’alta qualità letteraria. Molti critici letterari, mossi da convinzioni ideologiche antitetiche a quelle che emergevano nel romanzo, tacciarono l’opera di essere conservatrice e reazionaria, e per questo non impegnata, grave macchia in quegli anni Sessanta in cui andava di moda l’intellettuale engagé.

Il romanzo divenne ancor più celebre grazie alla bellissima trasposizione cinematografica che realizzò Luchino Visconti nel 1963, uno dei pochi casi nella storia in cui il film sceneggiato da un romanzo raggiunge esiti eccezionali e del tutto paragonabili all’opera di partenza. Al successo del film contribuì senz’altro, oltre alla regia, il cast eccezionale in cui brillavano Burt Lancaster, Alain Delon, Claudia Cardinale.

La genesi del romanzo è sorprendente. Giuseppe Tomasi di Lampedusa, critico saltuario di letteratura francese nel 1926-1927 sul mensile culturale Le opere e i giorni, aveva poi abbandonato il mestiere di letterato coltivando solo la passione della lettura. Ventisette anni più tardi, nell’estate del 1954, accompagnò il cugino Lucio Piccolo che, presentato da Montale, era stato invitato ad un convegno di lettere a San Pellegrino Terme. In quei giorni nacque probabilmente l’idea di scrivere. Verso la fine dell’anno, infatti, Lampedusa iniziò a scrivere ogni giorno fino alla morte, quando, oltre ad aver terminato Il Gattopardo, aveva in cantiere un’altra opera: I gattini ciechi.

La vicenda de Il Gattopardo è ambientata in Sicilia, tra il 1860 e il 1910, dall’anno che precorre la caduta dei Borboni e l’unificazione d’Italia a quelli che anticipano la Grande guerra. Otto parti (non capitoli) raccontano la storia di Don Fabrizio, principe di Salina, il Gattopardo, aristocratico e conservatore (interpretato da Burt Lancaster nella trasposizione cinematografica), che esprime così il suo pensiero a colloquio con il rappresentante dello Stato piemontese Chevalley:

In Sicilia non importa far bene o far male: il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di fare. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi […]. Da duemila anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso.

Tancredi (Alain Delon nel film) è il suo caro nipote, al passo coi tempi, capace di cogliere lo spirito della rivoluzione che sta avvenendo e che nello spazio di un anno spodesterà i Borboni portando la Sicilia all’interno del Regno d’Italia. Prima garibaldino, poi arruolatosi nell’esercito piemontese, il giovane si fa interprete di quella generazione che è convinta di sapersi avvantaggiare dei cambiamenti storici.

Su uno sfondo storico ottocentesco, ricostruito con garbo, raffinatezza, con un linguaggio d’altra epoca, estetizzante, nell’atmosfera decadente e seducente della villa estiva di Donna fugata, dominano le vicende private, i furtivi tradimenti del Gattopardo e i conseguenti sensi di colpa, gli amori di Tancredi, che prima corteggia Concetta e, poi, si sposa con la bellissima Angelica (Claudia Cardinale nel film), figlia dell’arricchito Don Calogero, provocando la gelosia di Concetta.

Magnifica è la descrizione dell’attesa dell’arrivo di Angelica al ricevimento:

L’attimo durò cinque minuti; poi la porta si aprì ed entrò Angelica. La prima impressione fu di abbagliata sorpresa. I Salina rimasero col fiato in gola […]. Sotto l’impeto della sua bellezza gli uomini rimasero incapaci di notare, analizzandoli, i non pochi difetti che questa bellezza aveva.

Sentiamo da ultima la grazia della descrizione di Angelica:

Era alta e ben fatta, in base a generosi criteri; la carnagione sua doveva possedere il sapore della crema fresca alla quale rassomigliava, la bocca infantile quello delle fragole. Sotto la massa dei capelli color di notte avvolti in soavi ondulazioni, gli occhi verdi albeggiavano, immoti come quelli delle statue e, com’essi, un po’ crudeli.

La storia non è, quindi, la protagonista fondamentale del romanzo. Più che epopea di un popolo, quello siciliano, il romanzo è indagine e perlustrazione dei cuori dei personaggi, che palpitano, desiderano, ambiscono, amano, sospirano per le delusioni.

Più che portavoce del milieu sociale aristocratico, cui peraltro appartiene, Tomasi de Lampedusa interpreta la malinconia e la nostalgia dell’uomo che si rattrista per il passaggio del tempo, per il tramonto della vita, per la scomparsa della giovinezza e delle antiche tradizioni. L’autore canta l’ambizione, innata nell’uomo, di fermare il tempo o di trovare un tempo mitico in cui tutto potesse permanere sempre uguale, che altro non è che il desiderio innato nell’uomo dell’eternità. Ambizione che è destinata a fallire nella dimensione terrena e storica.

Tomasi di Lampedusa affida proprio alla potenza evocatrice della parola e dell’arte il compito di fissare sulla pagina le memorie del passato e di fermare, così, il tempo. Nel corso del romanzo sono disseminati i segni della disgregazione e della caducità delle cose. Nei mesi di fidanzamento di Tancredi con Angelica il narratore da un lato descrive bene la condizione umana di attesa del compimento della felicità, dall’altro anticipa con una felice prolessi la delusione degli anni venturi:

Quelli furono i giorni migliori della vita di Tancredi e di quella di Angelica, vite che dovevano poi essere tanto variegate, tanto peccaminose sull’inevitabile sfondo di dolore. […] Quando furono diventati vecchi e inutilmente saggi i loro pensieri ritornavano a quei giorni con rimpianto insistente: erano stati i giorni del desiderio sempre presente perché sempre vinto, dei letti, molti, che si erano offerti e che erano stati respinti, dello stimolo sensuale che appunto perché inibito si era, un attimo, sublimato in rinunzia, cioè in vero amore.

In un’altra scena (VI parte, 1862) Don Fabrizio sembra contemplare e corteggiare la morte, che sopraggiungerà vent’anni più tardi (VII parte, 1882). Allora, poco prima della dipartita, fa un consuntivo dei rari momenti di felicità sperimentata cercando di trarre «dall’immenso mucchio delle passività le pagliuzze d’oro dei momenti felici»:

due settimane prima del suo matrimonio, sei settimane dopo; mezz’ora in occasione della nascita di Paolo […], alcune conversazioni con Giovanni […]. Ma queste ore potevano davvero essere collocate nell’attivo della vita? Non erano forse un’elargizione anticipata delle beatitudini mortuarie?

Nella scena finale del romanzo (nell’ottava parte ambientata nel 1910) molti personaggi ormai sono morti. Concetta, che ormai vive in «un mondo noto ma estraneo», si vuole liberare del cane impagliato Bendicò, che desta «ricordi amari» ed «è diventato veramente troppo tarlato e polveroso». «Mentre la carcassa» viene «trascinata via, gli occhi di vetro» la fissano «con l’umile rimprovero delle cose che si scartano, che si vogliono annullare». (La nuova bussola quotidiana dell’8-11-2020)