Il grande poeta Francesco Petrarca (1304-1374) avvia la ripresa degli studia humanitatis già a metà del XIV secolo, quando i suoi frequenti viaggi per l’Europa lo portano a scoprire nuovi  codices e a risalire alle forme testuali più vicine agli originali attraverso la filologia. Assai diffusa nel mondo classico, decaduta, invece, in epoca medioevale, questa “nuova” disciplina viene applicata ai testi classici, ma anche ai testi latini e greci del Nuovo Testamento, con la “collazione” di Lorenzo Valla, scaturita nella pubblicazione delle Adnotationes (1449). Nel contempo, la scoperta di testi dell’antichità latina, prima di allora sconosciuti, si accompagna alla presenza di maestri di greco in Italia che permette lo studio di una disciplina per molti secoli sconosciuta in Occidente. La fine dell’Impero romano d’Oriente nel 1453 fa, poi, confluire nella Penisola tanti letterati greci e intere biblioteche che, altrimenti, sarebbero probabilmente andate distrutte dalla conquista turca.

Sull’esempio del venerato maestro, anche il poeta fiorentino Giovanni Boccaccio (1313-1375) scopre l’amore per la scrittura in lingua latina oltre che per la cultura e la lingua greca.

Sono queste le basi su cui si sviluppa nel Quattrocento una nuova humanitas (ovvero educazione a partire dagli studia humanitatis) che tenta di leggere i testi antichi non più secondo la chiave ermeneutica medioevale, bensì nella prospettiva originale e autentica con cui sono stati scritti. Del resto, è proprio in quest’epoca che nasce l’espressione di media aetas per designare quel periodo, ormai definitivamente concluso, collocato tra la crisi della civiltà antica romana e la nuova epoca di ritorno alla classicità (che segnerebbe la fine della “barbarie medioevale”).

La circolazione delle opere classiche è, senz’altro, permessa da una delle più innovative invenzioni della storia, la stampa, che, diffusasi a metà del XV secolo, porterà in poco tempo ad un radicale cambiamento della cultura e della concezione della letteratura stessa.

Gli antichi sono sentiti, oltre che come modelli umani, anche come modelli letterari.

Per questo, un artista umanista o rinascimentale per realizzare un’opera d’arte imita la natura (depurandola delle imperfezioni che pur si trovano nella realtà) o le grandi opere classiche del passato che già hanno raggiunto la perfezione.

L’opera d’arte in quanto tale è, infatti, perfetta, cioè compiuta in ogni sua parte al massimo grado, non perfettibile, ovvero tendente alla perfezione. Essa incarna l’armonia, la proporzione, l’equilibrio. Per realizzarla l’artista deve seguire le regole e le norme di cui pullulano i  trattati di architettura, di pittura, di letteratura. Pensiamo alla fama che conseguono i testi di Andrea Palladio nel campo architettonico o al rinnovato interesse per la Poetica di Aristotele nel Cinquecento, seguita per scrivere tragedie e poemi epici.

La bellezza, così, incarnata nelle opere classiche è oggettiva e universale. Il Cinquecento classico  tradurrà questo sforzo di emulazione degli antichi nel conseguimento di risultati che sono all’altezza dei maestri. L’homo divus rinascimentale raggiunge la gloria e diviene, così, imperituro nella memoria.

Grandi corti e colti mecenati commissionano ad artisti lavori imponenti a Mantova, a Ferrara, a Firenze, a Modena, a Venezia, a Milano, a Napoli. La chiesa troverà nei papi convinti amanti dell’arte: Roma tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento torna ad essere il centro del mondo artistico con Giulio  II, Leone X. Michelangelo lavora a Roma in questi anni e realizza l’immortale Cappella Sistina.