Di fronte a molta arte del Novecento, invece, lo spettatore comune si deve far da parte – a detta degli esperti e critici d’arte – e far parlare lor signor interpreti, gli unici depositari della capacità di comprensione di un’arte così distante da quella passata. E che cosa fanno questi critici? Assegnano un significato arbitrario ad un significante che di suo, spesso, non rappresenta alcuna forma o figura. Sovrappongono a significanti grafici un pensiero, un’idea, un concetto portando, quindi, il significato dall’esterno, fatto mai avvenuto in passato quando l’opera d’arte valeva di suo a prescindere dal dono interpretativo del critico o dell’artista.

 

Dichiara Malevic: Finora non c’è stato tentativo pittorico in quanto tale esente da ogni tipo di attributi di vita reale.

Oggi, al contrario, l’arte è sempre più lontana dalla realtà, sempre meno imitatrice del reale, si traduce in fatto cerebrale, non colpisce più per la sua unità, non sorprende più, non cattura con il sentimento della contemplazione che si prova di fronte alla bellezza.

Solo attraverso un rito di iniziazione il fruitore può arrivare a cogliere qualche chiave ermeneutica dell’opera. Qualcuno potrebbe obiettare che questa iniziazione corrisponde all’educazione che si deve sostenere per apprezzare il bello. Ma non è così. Dove sta, infatti, la  differenza tra «iniziazione ad opera dei critici» ed «educazione al bello»? La differenza sta nel fatto che di fronte ad un’opera d’arte tradizionale lo spettatore non distratto è, per così dire, rapito dall’opera d’arte  (una poesia, un dipinto, una sinfonia), pur non comprendendo, talora, le ragioni del bello e la genesi del fatto artistico. Per questo motivo solo un’educazione al bello permetterà di apprezzare meglio la tecnica, i contenuti, del Don Giovanni di Mozart. Ma chi può fruire di questa opera d’arte ne rimane colpito, anche se non la comprende. Di fronte a tante opere contemporanee, invece, manca spesso questo momento di rapimento che la vera opera d’arte nella sua unità e interezza riesce a suscitare sullo spettatore e si tenta, malgrado ciò, di giustificarne la grandezza attraverso l’analisi. Di fronte al bello, però, l’analisi nasce sempre un momento dopo rispetto alla contemplazione.

Questa affermazione può essere senz’altro corroborata da tanta letteratura al riguardo, ma può più facilmente essere compresa solo facendo riferimento alla propria esperienza. L’analisi corrisponde sempre a una corruzione e a un decadimento rispetto al primigenio momento di rapimento, coincide quasi sempre con un tentativo di possesso, di dominio, di comprensione, di riduzione alla propria misura di quanto si ha davanti. La contemplazione, invece, conserva quell’affermazione di subalternità e di dipendenza rispetto ad un Mistero che emerge dal reale.

Nel panorama contemporaneo, invece, l’attribuzione della patente di opera d’arte diventa, spesso, un’operazione  intellettuale o, se preferiamo, ideologica, nel senso che prevale il pensiero sulla realtà rappresentata.

C’è, da ultimo, un fatto del tutto nuovo  che riguarda la realizzazione dell’opera d’arte nel Novecento. Anche nel passato, certamente, l’artista lavorava sovente su commissione e veniva retribuito con una ricompensa, magari con il vitto e l’alloggio offerti dal mecenate, o con somme di denaro (talvolta non modeste). É sempre, cioè, esistito un rapporto tra potere e artista, rapporto talvolta contraddittorio  e contrastato, che può aver inciso a volte sui messaggi da veicolare, ma non ha mai comportato una mercificazione delle opere come beni di consumo o strumenti di investimento.

Oggi, però, in gran parte le realizzazioni artistiche sono subordinate al guadagno, all’investimento. Spesso, ad esempio, per stimare il valore di un quadro si utilizzano le dimensioni del dipinto e un coefficiente di moltiplicazione che è in relazione al curriculum dell’artista.

L’arte del Novecento si è, quindi, purtroppo affrancata dall’idea di bello, così come, del resto, la cultura ha desistito dal perseguire la strada della ricerca di una risposta alla domanda sul bello. Nell’epoca in cui proliferano i critici letterari e artistici, il dubbio investe ogni ipotesi di affermazione di una verità anche nel campo dell’arte. É il trionfo del pensiero debole. Più che dire che cosa sia il bello, artisti, critici e movimenti mostrano il multiforme e parcellizzato mondo artistico attraverso una miriade di manifesti.

Le considerazioni sin qui condotte non vogliono avere il sapore di mera speculazione teoretica. Preme, qui, mostrare come il nostro modo comune di ragionare sia spesso impregnato della cultura estetica contemporanea. (tratto dal terzo capitolo di “La bellezza salverà il mondo”)