In un importante premio artistico nazionale, qualche anno fa, un bastoncino ingessato e inchiodato in un muro, da cui pende un rotolo di carta igienica, vince il primo premio. Il voto popolare, cioè di chi ha partecipato alla mostra, elegge un altro dipinto, di taglio figurativo, come miglior opera. Perché?  Come mai si assiste, oggi, ad una  sempre più pronunciata discrasia tra giudizio dei critici artistici e buon senso comune?

E ancora: quali sono le ragioni di questi cambiamenti radicali nel concetto di fatto artistico? Perché l’arte non è più testimone e portatrice del bello?

Per provare a rispondere a queste domande dobbiamo cercare di capire meglio che cosa sia avvenuto nel rapporto tra cultura e arte e, nel contempo, tra artista e fatto artistico più in generale: ovvero come sia mutata l’idea dell’artista artefice nei confronti del passato.

In primo luogo, ci sembra di poter affermare che il Novecento, secolo delle ideologie imperanti, abbia assistito al prevalere dell’idea anche nell’elaborazione dell’opera d’arte. Chiariamo meglio il concetto. Fino all’Ottocento possiamo constatare che esiste una inscindibilità tra forma e contenuto. Il significato dell’opera d’arte viene certo desunto dal fruitore o dal critico d’arte in maniera ermeneutico – interpretativa, ma a partire da una forma chiaramente distinguibile: per questo l’opera è segno, nel senso più generale di rapporto tra significante (la rappresentazione in sé) e significato (ovvero quanto l’opera d’arte vuole comunicare). Il soggetto, certo, gioca sempre un ruolo decisivo nella comprensione dell’opera, però a partire dall’oggetto.