L’islandese non si accontenta di simili risposte: ma a voler suggellare quanto la Natura ha fino a quel momento espresso sopraggiungono due leoni emaciati che sbranano l’islandese e col pasto sopravvivono per due giorni. Anche se qualcuno narra che la sua sorte fu diversa: una tempesta di sabbia lo seppellì fino a quando esploratori europei, nei loro scavi e nelle loro ricerche sull’antichità, non rinvenirono il corpo e con gran meraviglia lo portarono in uno dei musei occidentali. Con sottile e caustica ironia Leopardi si preoccupa qui di ribadire che il problema della felicità  è di ogni tempo e luogo, è universale e, nel contempo, individuale nel senso che riguarda ciascun singolo; non si può trovare risposta al proprio problema della felicità nell’analisi del sistema e nell’evoluzione globale del mondo nel senso che al proprio bisogno di felicità ciascun singolo deve rispondere verificando la corrispondenza tra le risposte incontrate e il desiderio del proprio cuore.

 

È quanto il Recanatese ribadisce in un notissimo passo dello Zibaldone del 22 aprile 1826, quello in cui  ci rappresenta un giardino bello e perfetto nel suo insieme, se visto da lontano e dall’esterno, ma, in realtà,  in stato di souffrance universale, perché i singoli elementi di quel luogo soffrono e, quindi, la serenità dell’insieme è solo illusoria.

 

“Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate nel patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali… Quell’albero è infestato da un formicaio, quell’altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare,… in tutto il giardino tu non trovi una pianticella  sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via… Quella donzelletta sensibile e gentile va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro… Certamente queste piante vivono; alcune perché le loro infermità non sono mortali, altre perché ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì,  possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all’entrare in questo giardino ci rallegra l’anima,  e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale…”.

Il problema  non è, quindi,  esistere, ma vivere. La questione dell’esistenza non si può risolvere e affrontare in uno sguardo sociale e collettivo, ma bisogna partire dall’esperienza del singolo: è l’unico modo per non essere estranei a noi stessi, per non sentirsi immedesimati nella massa informe e senza nome.