Tutto quanto incontriamo nella poesia leopardiana trova un suo corrispettivo e sviluppo anche nella sua filosofia, quindi nell’opera che ne delinea lo sviluppo, ovvero lo Zibaldone. Vediamo, qui, solo alcuni lacerti dei tanti che il Poeta dedica alla rimembranza. Leopardi si chiede: «Perché il moderno, il nuovo, non è mai, o ben difficilmente, romantico; e l’antico, il vecchio, al contrario? Perché quasi tutti i piaceri dell’immaginazione e del sentimento consistono in rimembranza. Che è come dire che stanno nel passato anzi che nel presente». E ancora: «Un oggetto qualunque, per esempio un luogo, un sito, una campagna, per bella che sia, se non desta alcuna rimembranza, non è poetica punto a vederla. La medesima, ed anche un sito, un oggetto qualunque, affatto impoetico in sé sarà poetichissimo a rimembrarlo. La rimembranza è essenziale e principale nel sentimento poetico, non per altro, se non perché il presente, qual ch’egli sia, non può essere poetico; e il poetico, in uno o in altro modo, si trova sempre consistere nel lontano, nell’indefinito, nel vago». Quanto più la rimembranza è lontana e meno abituale,  tanto più «addolora dolcemente», diletta, perché, «essendo più lontana, è più sottoposta all’illusione». L’età più lontana nella nostra vita è quella dell’infanzia, che è l’età più gradita  a noi; «la qual rimembranza è, fra tutte, la più grata e la più poetica; e ciò, principalmente forse, perché essa è più rimembranza che le altre, cioè a dire, perché è la più lontana e più vaga». Spesso, scrive Leopardi, il piacere destato in noi da alcune sensazioni deriva dal fatto che esse sono ricordo  di qualche sensazione provata nell’infanzia. Ma questo senso di piacere non è da confondere con la felicità. Non ci si può rifugiare nel passato, nelle illusioni, nel pensare di aver vissuto, di essere stato felice: la felicità deve essere nell’hic et nunc. Una domanda autentica, cioè non corrotta e non decaduta, deve chiedere una felicità piena in questo momento e per questo momento. Altrimenti è solo un inganno e un’illusione.

Ecco il testo integrale:
O graziosa luna, io mi rammento
che, or volge l’anno, sovra questo colle
io venia pien d’angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva
siccome or fai, che tutta la rischiari.                      5
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
il tuo volto apparia, che travagliosa
era mia vita: ed è, né cangia stile,
o mia diletta luna. E pur mi giova                         10
la ricordanza, e il noverar l’etate
del mio dolore. Oh come grato occorre
nel tempo giovanil, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso,
il rimembrar delle passate cose,                          15
ancor che triste, e che l’affanno duri!