Subito dopo Montaigne si chiede per quale ragione l’uomo si creda l’unico in grado di cogliere e capire la bellezza del creato. Lo scrittore ha poco prima affermato di non mettere in dubbio il Cristianesimo, in realtà lo accetta solo nella sua forma astratta e disincarnata e dubita di quanto è scritto nell’Antico Testamento (basti pensare al libro della Genesi) e nel Nuovo Testamento. Infatti Montaigne si chiede più volte dove stia scritto che l’uomo valga più delle altre creature  quando Gesù stesso ha detto: «Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro?  E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli dei campi: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi,  gente di poca fede?».

 

Ancora Montaigne si domanda: «Poveretto, che cosa ha l’uomo che sia degno di una tale superiorità?». La presunzione umana si manifesta in tante forme. Montaigne scrive: «Quando io mi diverto con la mia gatta, chi sa se essa passa il suo tempo con me più che io non faccia con lei». Oppure, ancora, pensa che la difficoltà di comunicazione dell’uomo con le bestie non sia dovuta probabilmente ad esse, ma all’uomo. Scrive ancora:

«Constatiamo a sufficienza nella maggior parte delle loro opere quanta superiorità hanno gli animali su noi e quanto la nostra arte è debole ad imitarli». L’uomo comunica con i cani, come i cani comunicano con noi. Si tratta di due forme di comunicazione distinte. «Con altro linguaggio, con altri appellativi noi comunichiamo con essi che non con gli uccelli, coi porci, i buoi, i cavalli, e mutiamo di linguaggio secondo la specie».

Il discorso di Montaigne, argomentato con situazioni ed esemplificazioni che a lui paiono inconfutabili, approda ad una conclusione: «Noi non siamo né al disopra né al disotto del resto; tutto quello che è sotto il Cielo […] è sottoposto ad una legge e ad una sorte uguale. […] Non c’è alcuna ragione di pensare che le bestie facciano per istinto naturale ed imposto le stesse cose che noi facciamo di nostra volontà ed ingegno. Da uguali risultati dobbiamo trarre uguali facoltà, e confessare per conseguenza che quello stesso ragionamento, quella stessa strada che noi prendiamo per agire è anche quella degli animali».

Che differenza c’è, dunque, tra l’uomo e i ragni, i maiali e le api? Nessuna, se non per il fatto che «non c’è animale al mondo capace di tante offese quanto l’uomo».

Queste sono le premesse per quanto avverrà due secoli più tardi, quando, in pieno Illuminismo e ancora in terra di Francia, la corrente materialistica troverà un fertile terreno per la crescita e la diffusione.