Questa era «un personaggio degno di un romanzo […], contessa di Sovana, signora feudale di un vasto territorio che si estendeva dal monte Argentario all’Amiata, al lago di Bolsena e giù. Fin quasi a Civitavecchia. Margherita aveva sposato nel 1270 Guido di Montfort, passato alla storia per avere ucciso per vendetta nel 1271 nella cattedrale di Viterbo alla presenza di Filippo III di Francia e di Carlo I d’Angiò il principe di Cornovaglia» (M. Santagata). Rimasta vedova nel 1291, si risposa con Orsello Orsini (1293), che morirà due anni più tardi. Il terzo matrimonio, celebrato con Roffredo III Caetani nel 1296, verrà annullato perché «viene diffusa la voce che, dopo la morte dell’Orsini, Margherita avesse segretamente sposato un suo amante, Nello dei Pannocchieschi, signore di feudi in Maremma» (M. Santagata). Le ragioni della segretezza delle nozze sono, forse, da ricercarsi nel fatto che Nello avesse già sposato Pia dei Tolomei, più tardi uccisa.

           Nelle sue parole rivolte a Dante nella Commedia, in soli 6 versi, Pia lascia di sé una memoria immortale: «Deh, quando tu sarai tornato al mondo/ e riposato de la lunga via […]/ ricorditi di me, che son la Pia;/ Siena mi fé, disfecemi Maremma:/ salsi colui che ‘nnanellata pria/ disposando m’avea con la sua gemma». Ovvero, in parafrasi: «Quando ritornerai sulla Terra e ti sarai riposato dal lungo e stancante viaggio, ricordati di pregare per me che sono la Pia: lo sa bene colui che si promise a me in matrimonio e mi donò il suo anello. Sono nata a Siena e sono stata uccisa nella Maremma». I due verbi «disposare» e «inanellare» indicano due momenti distinti della celebrazione del matrimonio, rispettivamente la dichiarazione della promessa di sposalizio e la consegna dell’anello. Le parole di Pia la mostrano sposa fedele (questa potrebbe essere la versione abbracciata da Dante), memore del legame coniugale, nonostante le colpe del marito. Pia fu uccisa di morte violenta come la sua «sorella maggiore» Francesca, ma a differenza di questa non si macchiò di infedeltà coniugale, o, se ciò accadde, si pentì all’ultimo momento. Quest’ultima ipotesi giustificherebbe la sua presenza nell’antipurgatorio tra coloro che si sono pentiti in fin di vita. Nella donna senese emergono raffinatezza, delicatezza e cultura, come nelle figure di Francesca e Beatrice, tre emblemi di cortesia in tre regni differenti, ad indicare che questa virtù di per sé non basta a salvare. Anima purgante, Pia dei Tolomei non porta rancore al marito e desidera essere ricordata in Terra perché si preghi per lei. È cosciente che la vita è di un Altro che ce la dona. Per questo nessuno ce ne può privare se non esercitando un’inaccettabile violenza, ancor più grave se commessa dal coniuge che dovrebbe essere garante di protezione e di difesa.

Dopo una cantica e ancora nel canto V ritorna centrale, quindi, il tema dell’amore, non più adulterino, però, come nell’episodio di Francesca e Paolo, ma questa volta sponsale. «Sponsale», «sposo», «sposa» derivano dal verbo latino «spondeo» che significa «promettere». Il sacramento del matrimonio è una promessa che dura tutta una vita, qualunque cosa accada. (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 3-8-2014)