Le anime sono tutte assorte all’ascolto del canto di Casella e dimentiche di salire al Cielo, quando interviene il guardiano del Purgatorio a rimproverarle: «Che è ciò, spiriti lenti?/ qual negligenza, quale stare è questo?/ Correte al monte a spogliarvi lo scoglio/ ch’esser non lascia a voi Dio manifesto». Catone le richiama all’essenziale, al compito della purificazione indispensabile per poter vedere la bellezza di Dio. Il peccato è, infatti, lo «scoglio» (in questo caso la «scorza») che offusca la vista degli uomini non permettendo di vedere la bellezza del bene. Spaventate dal rimprovero, le anime purganti appaiono come i colombi che, dediti a cibarsi di «biado o loglio», impettiti nel sembiante, se appare qualcosa che provoca in loro paura, scappano via senz’altro indugio, senza sapere esattamente dove andare. Sorprende una volta ancora il realismo di Dante che sa cogliere dalla concretezza terrena esempi noti a tutti per rendere più vicino e comprensibile il suo viaggio nell’aldilà.

Il rimprovero di Catone provoca in Virgilio un profondo rimorso. È la prima volta che il maestro sbaglia in questo viaggio nell’aldilà, proprio lui che dovrebbe essere guida al bene e al bello. Eppure, anche i maestri sbagliano. L’errore che ha commesso, potremmo replicare noi, è del tutto insignificante. Che cosa sono alcuni istanti di refrigerio per rifocillarsi e riprendersi dalla stanchezza del viaggio all’Inferno? È l’alba e il canto potrebbe essere un buon conforto all’inizio della salita. Tuttavia, commenta Dante auctor (lo scrittore): «O dignitosa coscïenza e netta,/ come t’è picciol fallo amaro morso!». Quanto più la coscienza di una persona è pulita, tanto più sente rimorso per quanto accade e si sente responsabile di tutto, non tende a scusarsi come spesso facciamo noi: «Ma io che c’entro! Non è colpa mia!». Virgilio è dispiaciuto per un piccolo errore che ha commesso.

Poco più tardi l’andatura di Virgilio rallenta. Per descrivere l’immagine Dante utilizza un’espressione proverbiale bellissima: «Li piedi suoi lasciar la fretta,/ che l’onestade ad ogn’ atto dismaga». La fretta nel compiere un’azione le toglie la bellezza.Quando stai svolgendo anche un piccolo compito, quando stai ricoprendo un ruolo magari insignificante, utilizza il massimo impegno come se fosse la mansione più importante. Compaiono perle di saggezza una dopo l’altra, che derivano dall’esperienza di vita dell’autore, che documentano e illuminano il nostro al di qua, prima dell’aldilà.

Il poeta scrive: «La mente mia, che prima era ristretta,/ lo ‘ntento rallargò, sì come vaga». Quando Dante non è più concentrato sulla fuga (cioè su un dettaglio dell’esistenza diventato assoluto), può spalancare di nuovo il cuore al suo desiderio infinito. La nostra anima non è stata creata per piccoli beni, ma è capacità di infinito. Proprio per questo motivo tendiamo ad assolutizzare alcuni aspetti o momenti dell’esistenza, che, però, non possono darci la felicità. Ora Dante riprende a guardare la montagna del Purgatorio.

Pochi versi dopo, quando i due viandanti vogliono sapere la strada per salire sulla montagna e domandano alle anime purganti, Virgilio giustifica la loro richiesta con queste parole: «Perder tempo a chi più sa più spiace», cioè quanto più sei consapevole di te stesso, del tuo compito e del destino, tanto meno vuoi sprecare tempo.

Dante costruisce un canto sommo, bellissimo per intensità, per saggezza, per presenza di espressioni che diventano proverbiali. Il poeta coglie anche l’occasione per rispondere a quella domanda che è sorta nella mente di tutti dopo aver terminato la lettura dell’Inferno, ovvero come sia possibile che le anime incorporee sentano sofferenze corporali. Il lettore ha aspettato inutilmente fino al termine del percorso nel regno delle tenebre e del male per trovare risposta a tale dilemma. Chissà quante volte Dante nella vita di tutti i giorni, incontrando i lettori della sua somma opera, si sarà sentito porre questa domanda! Ora, proprio all’inizio della stesura della seconda cantica, è il caso di fornire una risposta. Dante ad un certo punto vede l’ombra solo davanti a sé. Di ombra non si è mai parlato all’Inferno, poiché mancavano sole o altre sorgenti luminose. Ora il Fiorentino si volta con la paura di essere stato abbandonato da Virgilio. Costui, però, lo rimprovera con parole che non lasciano dubbi: «Perché pur diffidi? […]/ Non credi tu me teco e ch’io ti guidi?/ Vespero è già colà dov’è sepolto/ lo corpo dentro al quale io facea ombra;/ Napoli l’ha e da Brandizio è tolto […]/ A sofferir tormenti, caldi e geli/ simili corpi la Virtù dispone/ che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli». In parafrasi: «Perché continui a non avere fiducia in me? Non credi che io stia con te e che ti faccia da guida? Il mio corpo è sepolto a Napoli, dove ora è già sera. Sono morto a Brindisi. La giustizia di Dio sottopone le nostre anime impalpabili a tormenti differenti, ciascuna in relazione alle sue colpe, ma non permette a noi di sapere come ciò possa accadere». Virgilio documenta l’ubicazione del suo corpo sintetizzando gli ultimi suoi giorni con un’allusione all’epigrafe che secondo la tradizione avrebbe voluto posta sulla sua tomba a Napoli: «Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope; cecini pascua, rura, duces» ovvero «Mantova mi generò, la Calabria mi rapì, mi tiene ora Napoli; cantai i pascoli, le campagne, i comandanti».

A seguire si incontrano quei versi famosissimi che celebrano la pochezza della ragione umana di fronte a Dio onnipotente e nel contempo dichiarano indirettamente che la grandezza nostra sta proprio nel riconoscimento di questa sproporzione: «Matto è chi spera che nostra ragione/ possa trascorrere l’infinita via/ che tiene una sustanza in tre persone». Insomma, se è umano e giusto domandare, conoscere, capire, è anche ragionevole riconoscere un Mistero che non può essere colto se non si fa Lui presente. Infatti, continua Dante, «se potuto aveste veder tutto,/ mestier non era parturir Maria».

In pochi versi, Dante sintetizza tutta la storia dell’umanità nella sua instancabile ricerca della verità: «e disïar vedeste sanza frutto/ tai che sarebbe lor disio quetato,/ ch’etternalmente è dato lor per lutto:/ io dico d’Aristotile e di Plato/ e di molt’altri»; e qui chinò la fronte,/ e più non disse, e rimase turbato». Tanti grandi geni, tra cui Dante colloca anche Platone, Aristotele e lo stesso Virgilio, hanno cercato di comprendere la verità nella sua interezza senza riuscirvi, tanto che questo loro desiderio insaziato è divenuto la pena nell’aldilà. Come sappiamo, Dante colloca tanti grandi filosofi e poeti nel Limbo, ovvero nel primo cerchio dell’Inferno (ove «non avea pianto mai che di sospiri»;«ciò avvenia di duol sanza martìri» Inferno IV). Doveroso è ricordare che la Chiesa non riconosce l’esistenza del Limbo, come ha ribadito Papa Benedetto XVI.

Che cos’è la storia della filosofia se non la descrizione del tentativo dell’uomo di conoscere la verità e il Mistero? Che cos’è la storia delle religioni se non lo sforzo dell’uomo di creare un legame (in latino «religare») con le divinità? Il cristianesimo è, invece, un fatto, un avvenimento, quello dell’iniziativa di Dio che, ad un certo punto della storia, si è fatto conoscere attraverso la rivelazione, che si è compiuta nell’incarnazione. Con la venuta di Cristo il Mistero si è reso conoscibile e incontrabile. La ragione umana è incapace a comprendere il Mistero della realtà e, come direbbe Leopardi, «a felicitarci».

Nella seconda parte del canto III, di cui parleremo la prossima volta, Dante incontrerà l’anima del principe Manfredi. A tema sarà la sproporzione tra la giustizia umana (applicazione della ragione come ratio sui et universi, ovvero «misura di sé e di tutta la realtà») e la Misericordia divina che non ha limiti. (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 13-7-2014)