Ad un certo punto, da quel numero se ne stacca una in particolare, che cerca di abbracciare Dante con così tanto affetto che anche il Fiorentino cerca di fare altrettanto. Compare qui il consueto realismo psicologico di Dante: quante volte accade che noi salutiamo qualcuno non tanto perché abbiamo riconosciuto la sua identità, ma per ricambiare il trasporto affettivo che quegli ha mostrato con la sua accoglienza? Per creare pathos, per accrescere l’emotività e la tensione della scena il poeta si avvale di un’allusione a versi tra i più noti della tradizione antica, quelli che descrivono l’incontro tra Enea e il padre Anchise nei Campi Elisi (Eneide VI). Ivi Virgilio scrive: «Ter conatus ibi collo dare brachia circum,/ ter frustra comprensa manus effugit imago»ovvero «per tre volte cercò di abbracciarlo, ma per tre volte l’immagine, invano afferrata, gli sfuggì». Qui Dante richiama gli antichi versi: «tre volte dietro a lei le mani avvinsi,/ e tante mi tornai con esse al petto». Per Dante l’incontro con l’amico Casella ha lo stessa forza e lo stesso valore affettivo di quello di un figlio che incontra il padre appena morto nell’Ade. Quel numero «tre» sottolinea il valore sacro dell’incontro e gli attribuisce un carattere di veridicità e di autenticità.

            Dante non riesce ad abbracciare quell’uomo e se ne sorprende. Per la prima volta ha a che fare con l’impalpabilità delle anime. Soltanto ora, quando l’anima gli chiede di fermarsi a parlare con lui, Dante riconosce l’amico. Si tratta di Casella, di cui nulla sappiamo se non quanto ricaviamo dai versi danteschi. Che potenza ha la poesia! Una volta ancora essa conferma la sua funzione eternatrice tanto che passa alla storia un personaggio conosciuto solo grazie al valore rievocativo dell’arte. Da Leonardo Bruni siamo informati che Dante «dilettossi di musica e di suoni […] et di sua mano egregiamente disegnava». Le poesie provenzali venivano accompagnate con la musica tra XII e XIII secolo. In Italia i versi venivano letti, recitati e, non di rado, musicati. Dal canto II del Purgatorio scopriamo che sul finire del Duecento Casella musicava i testi poetici di Dante. Incontrando l’amico, il poeta confessa che ha intrapreso da vivo quel viaggio che lo ha condotto sino alla spiaggia del Purgatorio per evitare di finire all’Inferno, una volta morto. Si chiede, poi, perché Casella sia giunto solo in quel momento nel secondo regno. Comprendiamo allora che Casella doveva già essere morto da qualche tempo. Il musico risponde: «Nessun m’è fatto oltraggio,/ se quei che leva quando e cui li piace,/ più volte m’ha negato esto passaggio». Non tutto è chiaro in questi versi. Senz’altro dall’inizio del Giubileo (1300) l’angelo nocchiero ha accolto sul proprio vascello tutte le anime, senza distinzione. Per una qualche ragione, che sia negligenza o accidia di Casella o volere divino, l’anima è stata trasportata ai piedi del Purgatorio solo ora, il 10 aprile (o il 27 marzo).

Ricordandosi dell’abilità canora dell’amico, Dante gli chiede di consolarlo con il canto. Allora Casella inizia a cantare la seconda canzone del Convivio: «Amor che ne la mente mi ragiona». Perché proprio questa poesia? Due mi sembrano le ipotesi percorribili.

In primis la poesia è un’esaltazione della filosofia e, ad un tempo, un componimento d’amore dedicato alla donna gentile della Vita nova, non a Beatrice. Nella prima stanza Dante espone le difficoltà incontrate nei primi tempi nello studio della filosofia. Si comprende allora meglio il senso della presenza di questo testo proprio qui all’inizio della salita. Scrive Barbara Reynolds al riguardo: «Molte sono le cose che gli restano da approfondire, molti gli errori di cui deve ancora disfarsi, non solo sulla montagna del Purgatorio, ma anche nei cieli del Paradiso».

In secondo luogo, si deve prendere in considerazione quanto accadrà più tardi, quando l’intervento di Catone, custode del Purgatorio, ricondurrà i purganti alla loro responsabilità. In chiave simbolica, Dante sarà chiamato ad allontanarsi da quella poesia (che rappresenta la filosofia) per ritornare alla strada della salita sulla quale il poeta incontrerà Beatrice (che simboleggia l’incontro con Gesù e la fede).

La dolcezza del canto di Casella è tale che risuona ancora nel cuore di Dante al momento della scrittura della Commedia. Non solo. Tutte le anime si dimenticano di salire sul monte, prese dalla bellezza della melodia.(pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 6-7-2014)