Ebbene, nel canto VI le parole rivolte contro il clero sono ridotte a due sole terzine. Dante non vuole certo attaccare la chiesa in quanto tale, né tanto meno vuole porsi al di fuori di essa come tanti movimenti ereticali pauperistici del XII e del XIII secolo. Come vedremo nella processione e nella profezia descritti alla fine del Purgatorio, come constateremo in tutta la cantica del Paradiso,il poeta è ben cosciente del compito affidato alla chiesa e agli ecclesiastici da Cristo stesso. Proprio per questo in tutta la Commedia marcato è il fil rouge di denuncia nei confronti di quegli ecclesiastici che mostrano attaccamento al potere temporale e alle ricchezze. Il clero ha voluto sostituirsi all’imperatore sulla sella del cavallo cosicché ora «esta fiera (l’Italia) è fatta fella (selvaggia)/per non esser corretta da li sproni».

La terza stanza è un’invettiva ampia contro l’imperatore Alberto d’Austria, figlio di Rodolfo d’Asburgo, chiamato «tedesco» per il territorio che ha scelto come sua sede privilegiata e accusato insieme al padre di aver lasciato deserto il giardino dell’Impero, ovvero l’Italia. Dante auspica che cada un segno dal Cielo «novo e aperto» sopra il sangue dell’Imperatore cosicché il suo «successor temenza n’aggia». Nato nel 1248 ed eletto imperatore nel 1298, Alberto verrà ucciso dal Duca di Svevia Giovanni nel 1308, l’anno dopo della morte del figlio Rodolfo, omonimo del nonno. Gli succederà Enrico VII di Lussemburgo, colui che scenderà in Italia suscitando l’entusiasmo e la fiera partecipazione di Dante all’impresa. Il poeta fiorentino scriverà lettere a signori ed intellettuali del paese perché accolgano con le braccia aperte il nuovo Imperatore. Come sappiamo Enrico VII morirà a Buonconvento in Toscana nel 1313. Scemeranno così le speranze che l’Italia venga cooptata in seno all’Impero. Se Dante parla in questo modo nei confronti del successore di Alberto, è segno che scrive prima della discesa di Enrico VII. Con tono ironico il poeta chiede all’imperatore di venire in Italia a vedere quanto si amino «Montecchi e Cappelletti,/ Monaldi e Filippeschi». Le città della penisola sono disseminate di lotte, dominate da tiranni che non governano per il bene comune o comandate da persone che non hanno le virtù adatte («le città d’Italia tutte piene/ son di tiranni, e un Marcel diventa / ogne villan che parteggiando viene»). Forse il Padre eterno, si chiede Dante, non ha a cuore il nostro paese o ha un progetto a noi totalmente oscuro?

Infine, l’ironia abbraccia i versi dedicati a Firenze, che deve giudicarsi contenta perché la digressione politica fin qui lanciata non la riguarda, giacché il popolo fiorentino conosce l’arte di arrangiarsi, emette facilmente sentenze accreditandole del sigillo certo dell’autenticità e della giustizia, si sobbarca incarichi politici anche quando non ne ha competenze. L’ironia di Dante auctor prosegue nell’apostrofe alla sua amata città: «tu ricca, tu con pace e tu con senno!». Se ricca può ben considerarsi Firenze almeno a livello monetario, pace e saggezza non caratterizzano certamente i decenni in cui visse Dante. E non è servito a nulla ai governanti della città cambiare più volte «legge, moneta, officio e costume e […] membre»: quanti fiorentini sono stati cacciati in esilio, colpiti da ostracismo, quante leggi sono state emanate, eppure nulla è cambiato, perché superbia, invidia e avarizia continuano ad accendere gli animi dei cittadini. Firenze è tra le grandi città della storia, che sono benemerite nei confronti della civiltà occidentale. Il suo ruolo è ben più significativo di Atene e Sparta – sottolinea Dante con ironia – che sono depositarie del diritto antico: «Atene e Lacedemona, che fenno/ l’antiche leggi e furon sì civili,/ fecero al viver bene un picciol cenno/ verso di te, che fai tanto sottili/ provedimenti, ch’a mezzo novembre/ non giugne quel che tu d’ottobre fili». Le leggi emanate ad ottobre in Firenze non durano fino a metà novembre! Firenze è, infine, «somigliante a quella inferma/ che non può trovar posa in su le piume,/ ma con dar volta suo dolore scherma». Manzoni per rappresentare la situazione esistenziale dell’uomo nell’ultimo capitolo de I promessi sposi si ricorderà proprio di questa immagine dantesca: l’uomo è come un infermo che desidera cambiare letto, guarda quello altrui e lo vede più comodo e confortevole. Quando finalmente riesce a trovare un altro giaciglio, inizia a sentire «qui una lisca che lo punge, lì un bernoccolo che lo preme: siamo in somma, a un di presso, alla storia di prima. E per questo, soggiunge l’anonimo, si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio». (pubblicato su La nuova bussola quotidiana)