In dieci bolge o sacche sono stipate le anime di quanti hanno ingannato gli sconosciuti: «ipocresia, lusinghe e chi affattura,/ falsità, ladroneccio e simonia,/ ruffian, baratti e simile lordura». «Luogo è in inferno detto Malebolge,/ tutto di pietra di color ferrigno,/ come la cerchia che dintorno il volge./ Nel dritto mezzo del campo maligno/ vaneggia un pozzo assai largo e profondo,/ di cui suo loco dicerò l’ordigno».
La fantasia di Dante si concreta, qui, in multiformi manifestazioni. I ruffiani e i seduttori vengono sferzati con scudisci da demoni cornuti, pena forse similare a quella cui erano sottoposti ruffiani e prostitute in quell’epoca.
Immersi nello sterco gli adulatori si percuotono con le loro stesse mani.
I simoniaci sono collocati a testa in giù in fori che richiamano i fonti battesimali medioevali e la pianta dei loro piedi è baciata dal fuoco.
Gli indovini, che vollero in vita prevedere il futuro, camminano ora con la testa rivolta all’indietro. Riferendosi a loro, scrive Dante: «Mirabilmente apparve esser travolto/ ciascun tra ‘l mento e ‘l principio del casso,/ ché da le reni era tornato ‘l volto,/ e in dietro venir li convenia,/ perché ‘l veder dinanzi era lor tolto».

I barattieri sono immersi nella pece bollente, guardati a vista da demoni che con forconi ne impediscono la fuga. Il grottesco contrappasso tocca a quanti si sono macchiati della pena di cui venne accusato  ingiustamente Dante quando, di ritorno dall’ambasciata a Roma presso Papa Bonifacio VIII, trovandosi ormai a Siena, seppe di essere  stato accusato in contumacia e condannato a pagare una multa, che sarà commutata poi in pena di morte se solo fosse ritornato nel territorio fiorentino.

Gli ipocriti camminano lentamente ricoperti di cappe di piombo dorate all’esterno.
I ladri corrono in una bolgia piena di serpenti, con le mani avvinghiate dietro la schiena.
I consiglieri di frode sono avvolti da fiamme a forma di lingua, simbolo di quell’inganno che loro perpetrarono di nascosto, spesso grazie all’uso della parola.

I seminatori di discordia sono orrendamente sfigurati, sbrindellati, con le viscere sovente penzolanti fuori dal corpo. Uno spettacolo macabro e raccapricciante è quello che si mostra a Dante sia per la condizione dei dannati che per il loro numero.

«S’el s’aunasse ancor tutta la gente/ che già, in su la fortunata terra/ di Puglia, fu del suo sangue dolente/ per li Troiani e per la lunga guerra/che de l’anella fé sì alte spoglie,/ come Livio scrive, che non erra,/ con quella che sentio di colpi doglie/ per contastare a Ruberto Guiscardo;/ e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie/ a Ceperan, là dove fu bugiardo/ ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,/ dove sanz’arme vinse il vecchio Alardo:/ e qual forato suo membro e qual mozzo/ mostrasse, d’aequar sarebbe nulla/ il modo de la nona bolgia sozzo».

L’oscenità e la brutalità della guerra sono qui descritte attraverso il furore distruttivo dell’odio e della cecità umana che, dimentichi dell’universale figliolanza con Dio, portano a deturpare e a distruggere la dimensione della corporeità che andrebbe salvaguardata con rispetto e consapevolezza dell’umana precarietà. Non sarà un caso se Dante utilizza per questi dannati un registro orrido che tende a sfumare nel volgare e nel comico, segni del disprezzo per chi pone l’odio, la vendetta e il sangue come legge della realtà, al posto dell’amore. Figura che colpisce per l’obbrobrioso aspetto è quella di Bertran de Born, trovatore celebre per le poesie dedicate all’esaltazione della guerra. Ora, «‘l capo tronco tenea per le chiome,/ pesol (sospeso, pendulo) con mano a guisa di lanterna».

I falsatori di metalli (tra cui anche gli alchimisti) si lamentano per gli atroci dolori provocati dalle malattie, si trascinano nella bolgia, ammassati e costipati come in un ospedale al culmine di un’epidemia; grattandosi per le croste, anziché attenuare la sofferenza, accrescono il fastidio. Scrive Dante:

«ciascun menava spesso il morso/ de l’unghie sopra sé per la gran rabbia/ del pizzicor, che non ha più soccorso;/ e si traevan giù l’unghie la scabbia,/ come coltel di scardova le scaglie/ o d’altro pesce che più larghe l’abbia». Qui nella decima bolgia sono collocati anche i falsatori di moneta tra cui ve n’è «un, fatto a guisa di leuto […]./ La grave idropesì, che sì dispaia/ le membra con l’omor che mal converte,/ che ‘l viso non risponde a la ventraia,/ faceva lui tener le labbra aperte/ come l’etico fa». 

Nelle prossime puntate ci soffermeremo dapprima sulla bolgia dei simoniaci in cui Dante incontra il Papa Niccolò III e poi sulla bolgia dei consiglieri fraudolenti dove il Fiorentino vedrà Ulisse, uno dei più grandi eroi dell’antichità greca. (pubblicato su La nuova bussola quotidiana dell’11-8-2013)