Questa è la ragione della speranza dell’uomo di oggi. Il fatto che noi tutti abbiamo un cuore che può palpitare di fronte alla bellezza, alla verità e all’amore, un cuore che non ci inganna. Dobbiamo avere il coraggio di confrontare tutto con questo cuore. Chi legge la Commedia col cuore non può che percepire come essa parli di lui, della sua aspirazione ad una vita piena, alla felicità e alla salvezza. Chi legga la Commedia scevro da pregiudizi e animato dal desiderio di intraprendere il viaggio della vita, a qualsiasi popolo appartenga, qualsiasi sia la sua religione, coglie la profondità dello sguardo di Dante sull’umano. Farideh Mahdavi-Damghani, che ha tradotto in persiano La vita nova e la Divina Commedia, ha detto: «La gente in Persia non conosceva Ravenna, non sapeva che è la città in cui è sepolto Dante, ma vedendo tutto quello che io amo fare per questa città, leggendo le mie traduzioni, il pubblico persiano ora conosce Ravenna. C’è questo paradosso: siamo lontani dal punto di vista culturale, ma nello stesso tempo siamo molto vicini: le credenze sulla famiglia, sull’emotività, sull’amore per la poesia e la letteratura, cose primordiali che forse per altri paesi hanno minore importanza, sono molto simili in Italia e in Persia. Quindi si può dire che gli italiani somigliano ai persiani».

 

La commedia parla dell’uomo, della vita,e lo fa con la potenza e la capacità di comunicazione del genio proprio di Dante. Se tutti sono colpiti dalle parole cortesi di Francesca, dalla forza d’animo di Farinata e dal suo desiderio di «ben far», dall’ardore di conoscenza di Ulisse è perché il poeta racconta storie che testimoniano il cuore dell’uomo di ogni tempo.  La Commedia ci spalanca una finestra sulla vita e sull’uomo di oggi, come del passato. Avvertiamo una comunione universale tra noi moderni e gli antichi, tra la nostra e la loro aspirazione alla salvezza, alla felicità e all’eternità. Ci accorgiamo che l’antico Dante sa esprimerci meglio di quanto sappiamo fare noi, così come il maestro Virgilio nel viaggio sa intendere il discepolo meglio di quanto questi sappia fare.

Dante non ha avuto paura dell’esilio, della solitudine, ha avuto solo timore di non raccontare la verità e di perdere la gloria presso coloro che avrebbero chiamato antico il suo tempo, cioè noi. Con Dante anche noi ci sentiamo di affermare: «Lascia dir li stolti […]. A voce più ch’al ver drizzan li volti,/ e così ferman sua oppinïone/ prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti» (Purgatorio XXVI). Noi siamo certi che la verità si affermerà («fin che l’ha vinto il ver con più persone» Purgatorio XXVI). Il paradosso è che Dante temeva di perdere la fama se non avesse raccontato la verità. Oggi, dopo settecento anni, vogliono eliminarlo, perché si è fatto portavoce di un pensiero forte. E chi non lo vuole eliminare, vuole, però, ridurre la portata del suo racconto e della sua visione, ridurla semplicemente ad un’opera d’arte, da cogliere nella sua bellezza, da interpretare nel significato letterale e allegorico del testo. L’avventura che proporremo nelle prossime puntate sarà quella di seguire Dante nella proposta del viaggio della vita.

(pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 9-6-2013)