altGià nel primo poema omerico, l’Iliade, non mancano i riferimenti alla condizione umana e allo status animarum post mortem. Ad esempio, proprio nei primi versi del poema, leggiamo:

 

Canta, o dea, l’ira d’Achille Pelide,

rovinosa, che infiniti dolori inflisse agli Achei,

gettò in preda all’Ade molte vite gagliarde

d’eroi, ne fece il bottino dei cani.

 

 

Nell’Odissea, però, la concezione dell’Ade greca ci appare più chiara. Nel libro XI, per la verità, Ulisse non discende agli Inferi, ma con un rito propiziatorio  rievoca i defunti. Il sangue delle bestie sacrificali viene fatto scorrere su una fossa, ove si affollano le anime di

 

giovani donne e ragazzi e vecchi che molto soffrirono,

fanciulle tenere, dal cuore nuovo al dolore;

e molti, squarciati dall’aste punta di bronzo,

guerrieri uccisi in battaglia, con l’armi sporche di sangue.