Sulla destra, invece, si trovano i Campi Elisi. Virgilio costruisce un mondo ricco di suggestioni orfiche, pitagoriche e platoniche. I Campi Elisi «conoscono un loro sole e stelle loro». Ivi, in mezzo a prati e boschi bagnati «dal corso copioso dell’Erìdano», senza fissa dimora, le anime dei beati continuano a esercitarsi nelle attività che svolgevano in vita, la ginnastica, la cura delle armi, la danza, il canto. Meritano questo destino «il manipolo di quanti han patito ferite combattendo/ per la patria, e sacerdoti puri per quanto han vissuto,/ e poeti sacri che hanno cantato cose degne di Febo,/e chi ha reso più bella la vita scoprendo saperi, o comunque/ si è meritato di lasciare negli altri memoria di sé».Mescolando fonti filosofiche differenti, Virgilio descrive qui anime di grandi personaggi che ritorneranno in vita reincarnandosi in futuri eroi della storia romana. Quest’indulgenza alla dottrina della reincarnazione di sapore orfico e pitagorico più che adombrare una reale convinzione del poeta o rappresentare il sentire comune del popolo romano sembrerebbe essere un escamotage poetico per poter anticipare con una felice prolessi tutta la storia gloriosa di Roma fino all’età di Augusto. Nei pressi del fiume Lete sono assiepate innumerevoli anime che bevono dell’acqua per dimenticare tutto il passato e per reincarnarsi in altri corpi.

 Nei Campi Elisi Enea incontra il padre Anchise, da poco defunto. «Non appena vede venirgli incontro sul prato/ Enea», Anchise «trepidante gli tende le mani, le guance/ irrorate di lacrime, e la voce gli erompe di bocca: – Così, sei arrivato? La pietà su cui tanto contava tuo padre/ ha vinto il duro cammino? Posso guardarti in faccia,/ figlio, ascoltar la tua voce e risponderle familiarmente?». La pietas di Enea, il valore fondamentale per i Romani, ovvero la devozione e l’ossequio del cittadino per quanto gli è superiore (i genitori, i comandanti, la patria, gli dei), ha trionfato e gli ha permesso di superare difficoltà e fatiche. Finalmente padre e figlio si possono riabbracciare. La scena che segue è una delle più struggenti e più imitate in tutta la la letteratura mondiale. Enea risponde al padre: «Sei tu, padre, è la tua immagine triste,/ che tante volte m’è apparsa, a spingermi fino quaggiù». Poi, «tre volte tentò di stringergli al collo le braccia,/ tre volte all’inutile stretta l’ombra svanì fra le mani, uguale alle brezze leggere».

 

È il padre di Enea, Anchise, a raccontare al figlio le vicissitudini di quelle anime che commettono colpe e non abbandonano i vizi, neppure quando sono in prossimità della morte. Sono costrette così a subire torture e a espiare le loro colpe fin quando non siano ammesse nell’Elisio, anche se poche possono accedere ai «campi sereni». Purificata ogni macchia di colpa, trascorsi tantissimi anni, le anime ormai dimentiche delle colpe, come tabula rasa, ritornano a «desiderare di ricoverarsi/ nei corpi e di rivedere la volta del firmamento». Non chiara e per molti aspetti confusa è  la dottrina qui presentata, che non riesce a rispondere a molte domande che sorgono nella mente del lettore.

Anchise accompagnerà la Sibilla ed Enea alle due porte del Sogno: da una fuoriescono le «veritiere visioni», dall’altra, lavorata in avorio, quelle fasulle. È da questa porta che Enea esce ritornando a vedere i compagni. L’uscita dall’Ade non ha un corrispondente luogo concreto sulla Terra, come, invece, l’ingresso nei pressi del Lago Averno.

Nell’epopea virgiliana la sede dei beati è sotterranea. Lungi dalla condizione di felicità di cui godono le anime dei santi nella tradizione cristiana, questi eroi possono senz’altro fruire di una condizione privilegiata rispetto ai dannati, ma il loro stato assomiglia di più a quello delle anime del Limbo dantesco piuttosto che a quello dei santi nel Paradiso. Del resto, Dante attingerà proprio dai Campi Elisi virgiliani l’atmosfera per costruire il primo cerchio dell’Inferno. (pubblicato su La bussola quotidiana del 28-4-2013)