Secondo passaggio. A metà dell’Ottocento si afferma il  Kitsch, che deriva dal connubio tra l’inserimento del fatto artistico all’interno della logica della produzione industriale e il desiderio della classe sociale borghese, ormai affermatasi come prevalente, di godere dell’opera d’arte direttamente in casa propria. Questa necessità porta alla realizzazione in serie integrale o parziale, a prezzi competitivi, di opere d’arte famose per un pubblico sempre più numeroso. Queste non sono più copie, ma vere e proprie riproduzioni industriali.

 

Terzo passaggio. Il Novecento si apre con le avanguardie storiche[1] che propongono, in molti casi, un’eversione radicale nei confronti del concetto di opera d’arte tradizionale.

Marcel Duchamp (1887-1968) trasforma una ruota di bicicletta in opera museale (1913) aprendo la strada per cui  qualsiasi oggetto, avulso dal proprio contesto quotidiano e d’uso, può diventare occasione di fruizione artistica. Duchamp

 

oppone il sarcasmo iconoclasta del ready-made, «l’oggetto d’uso promosso a oggetto artistico grazie a una semplice scelta dell’artista». E dopo il suo urinatorio rovesciato, esposto col nome di Fontana, la numerosa posterità di Duchamp ha compiuto un lavoro accanito per confondere le frontiere tra l’artista e gli altri mortali, o tra ciò che fa parte integrante dell’arte e tutte le cose triviali, quotidiane, ordinarie, escluse dalla sfera sacra.

 

Qualche anno più tardi, Hugo Ball darà vita all’avanguardia dadaista (1916-1921) che, ricorrendo al ready-made («già pronto»), al collage, all’assemblage, al fotomontaggio, cercherà di destrutturare il concetto di arte tradizionale in nome di un ampliamento degli stili, dell’abolizione della separazione tra arte e vita e della creazione di una sorta di «non – arte».

L’avanguardia futurista, negli stessi anni, consacra la superiorità dei prodotti tecnologici sulle opere d’arte. Nel «Manifesto del movimento futurista» (1909) Tommaso Marinetti scrive che l’automobile è più bella della «Nike di Samotracia», perché più moderna, così come tutte le città dovrebbero prendere ad esempio Milano, il centro industrializzato e tecnologico del Nord. In maniera provocatoria Marinetti afferma che le città museo, Roma, Venezia, Firenze, dovrebbero essere distrutte. Non è questa la sede per approfondire ulteriormente la natura di tale avanguardia e il suo successivo sviluppo. Per il nostro discorso basterà ricordare che i poeti futuristi, spesso, scrivono «poesie in libertà», accozzando parole in maniera quasi fortuita, o associandole con operazioni matematiche o ancora con l’obiettivo di creare dei calligrammi.

É evidente che queste esperienze contemporanee mettono in discussione il concetto stesso di opera d’arte, deprivata non solo del carattere della bellezza, ma anche della sua specificità rispetto agli oggetti di uso comune e quotidiano.

Se l’arte è snaturata rispetto al suo statuto ontologico, l’artista stesso non avrà più una funzione educativa, morale, da poeta vate, di riferimento per la propria epoca[2]. A che può servire un’opera d’arte che tutti possono realizzare, destituita di ogni regola, scevra dell’intero retaggio della tradizione precedente?

Un’esperienza artistica come quella futurista, che, dal punto di vista storico, si protrae per poco più di un decennio, è, in realtà, estremamente significativa e testimonianza eloquente della contemporaneità. L’arte perde, così, il posto di privilegio di cui sempre ha goduto nella storia dell’umanità. Sono automobili e apparecchi tecnologici sempre più evoluti a segnare e a connotare di anno in anno i cambiamenti della società.

 

Quarto passaggio. Nei decenni successivi, l’evoluzione naturale della trasformazione di un oggetto d’uso corrente in opera d’arte è che chiunque può essere artista. I soggetti dell’arte vengono, ora, prelevati dal mondo  della cultura di massa e dai miti prevalenti nell’immaginario collettivo (Elvis Presley, Marilyn Monroe, la Coca Cola, …). Nasce la Pop art. Se il kitsch ha trasformato un’opera artistica in fenomeno di massa, la Pop art trasforma l’oggetto di massa in prodotto artistico. L’artista statunitense Andy Warhol (1928-1987) afferma che nell’epoca contemporanea chiunque può essere famoso per un quarto d’ora. Attraverso fatti eclatanti (anche quelli più truculenti o volgari), nei talk show o nel grande fratello televisivo, grazie all’utilizzo di mezzi mass mediatici che portano ad una diffusione capillare delle informazioni, oggi, infatti, alcuni personaggi riescono a raggiungere il successo. Alla rapidità e all’estensione della fama corrisponde, però, in modo inversamente proporzionale la facilità in cui la fama stessa si dissolve.

Afferma Alain Finkielkraut in Noi, i moderni:

 

l’escatologia egualitaria esige che tutti siano autori e che sia cancellata per sempre la figura paterna, trascendente, inibitoria dell’Autore. Tutti autori, in un mondo senza autore: è questa l’ultima forma dell’eguaglianza…

 

E ancora:

 

Se ogni uomo è artista, perché mai elevare gli artisti al di sopra dell’umanità comune? Se ognuno ha il dovere di realizzare le sue virtualità poetiche, perché mai celebrare i poeti?

 

Quinto passaggio. Si afferma il trash, ovvero la spazzatura. Vanificati la tradizione e il retaggio valoriale e tecnico della tradizione stessa, ovvero azzerata ogni esperienza artistica, sottovalutato tutto ciò che è del passato (purché non sia di pochi decenni prima, perché in tal caso andrebbe di moda), si può tranquillamente proporre agli occhi e agli orecchi di tutti la spazzatura: il trash. Al Museum of art di Filadelfia viene esposto nel 1992 lo «Strange Fruit», opera di Zoe Leonard, composta da bucce di banana, di arancia, di pompelmo e di altri frutti cuciti con filo di ferro. La «vera e propria spazzatura» è diventata arte: non un sogno, ma un incubo, quello della distruzione dell’arte, si sta traducendo in realtà. (tratto dal terzo capitolo di “La bellezza salverà il mondo”)