Nell’Ortis la figura dell’illuminista è in maniera paradigmatica rappresentata da Odoardo. Freddo e calcolatore, fa tutto con l’orologio in mani, è un «di que’ rosai senza rose che […] fanno temere le spine». Si chiede Ortis nella lettera all’amico Lorenzo:

 

 

Cos’è l’uomo se tu lo abbandoni alla sola ragione fredda, calcolatrice? Scellerato, e scellerato bassamente […]. Odoardo […] mangia, legge, dorme, passeggia, e tutto con l’oriuolo alla mano.

 

Viene qui descritta l’immagine tipica dell’illuminista che usa la ragione come misura della realtà e dell’intero universo, non spalancato con stupore e meraviglia al creato. A proposito di Odoardo scrive Ortis: «Non parla con enfasi se non per magnificare tutta la sua ricca e scelta biblioteca». Ortis, invece, è animato da profonde domande sulla vita e sul destino, come quando si chiede, rifacendosi ai Pensieri di Pascal:

 

Io non so né perché venni al mondo; né come; né cosa sia il mondo; né cosa io stesso mi sia. E s’io corro ad investigarlo, mi ritorno confuso d’una ignoranza sempre più spaventosa. Non so cosa sia il mio corpo, i miei sensi, l’anima mia; e questa stessa parte di me che pensa ciò ch’io scrivo, e che medita sopra di tutto e sopra se stessa, non può conoscersi mai. Invano io tento di misurare con la mente questi immensi spazj dell’universo che mi circondano. Mi trovo come attaccato a un piccolo spazio di uno spazio incomprensibile, senza sapere perché sono collocato piuttosto qui che altrove; o perché questo breve tempo della mia esistenza sia assegnato piuttosto a questo momento dell’eternità che a tutti quelli che precedevano, e che seguiranno. Io non vedo da tutte le parti altro che infinità le quali mi assorbono come un atomo.

 

Ortis percepisce che la ragione umana si spalanca all’immensità del creato tutta protesa a coglierne l’oltranza e il senso, attratta dal mistero infinito che percepisce e per cui l’uomo sembra essere fatto. Così emerge nella lettera del 13 maggio 1798, quando Ortis scrive dopo essere stato in «estatica contemplazione»:

 

scintillavano tutte le stelle, e mentr’io salutava ad una ad una le costellazioni, la mia mente contraeva non so che di celeste, ed il mio cuore s’innalzava come se aspirasse ad una regione più sublime assai delle terra.

 

Ma l’aspirazione umana all’infinito non regge di fronte al senso della precarietà del vivere e alla percezione della sproporzione tra la nostra miseria e l’infinito a cui aneliamo:

 

Da qualunque parte io corressi anelando alla felicità, dopo un aspro viaggio pieno di errori e di tormenti, mi vedeva spalancata la sepoltura.

 (pubblicato su Cultura cattolica)