Di fronte a molta arte del Novecento, invece, lo spettatore comune si deve far da parte – a detta degli esperti e critici d’arte – e far parlare lor signor interpreti, gli unici depositari della capacità di comprensione di un’arte così distante da quella passata, spesso sradicata dalla tradizione e creata ex nihilo. Questo discorso – è bene dirlo – non vale per tutta l’arte contemporanea. E che cosa fanno questi critici? Assegnano un significato arbitrario ad un significante che di suo, spesso, non rappresenta alcuna forma o figura. Sovrappongono a significanti grafici un pensiero, un’idea, un concetto portando, quindi, il significato dall’esterno, fatto mai avvenuto in passato quando l’opera d’arte valeva di suo a prescindere dal dono interpretativo del critico o dell’artista. Oggi l’arte è sempre più lontana dalla realtà, sempre meno imitatrice del reale, si traduce in fatto cerebrale, non colpisce più per la sua unità, non sorprende più, non cattura con il sentimento della contemplazione che si prova di fronte alla bellezza.

La guida replica che evidentemente ci sono tante verità. Si deve dubitare di tutto, come insegna la filosofia moderna. Mi chiedo io allora perché abbia richiamato i miei studenti, dopo soli cinque minuti, ad un’attenzione e ad una partecipazione perché la aiutassero nel suo compito di guida, mi chiedo, cioè, perché li abbia spronati ad un rapporto. Se si deve davvero dubitare di tutto, non è più possibile fidarsi di un discorso e neanche davvero relazionarci.

Allora io le rispondo: «Ma scusi, un presunto omicida è colpevole o innocente. Non c’è una terza possibilità. La verità è per definizione una. O io sopravvivo dopo la morte oppure no. Il problema non è che non esista un’unica verità, ma come arrivarci. Il problema è la strada, il metodo». Un po’ spiazzata, la guida mi risponde che non aveva mai pensato in questo modo e che aveva bisogno di tempo per riflettere al riguardo.

Mi ha colpito molto quanto accaduto. La ragione e la realtà sono l’antidoto migliore all’ideologia e al relativismo. Noi siamo in grado per natura di cogliere la bellezza delle cose. Se stiamo di fronte ad un pasticcio di artista, non dobbiamo avere paura di usare la nostra facoltà di giudizio. La realtà ci provoca e ci chiama a dire la nostra, chiaramente senza presunzione. L’ideologia, anche quella di quelli intellettuali e artisti che pretendono di rifilarci le loro astrusità come opere d’arte, non regge di fronte alla prova del reale e del cuore. Dobbiamo avere il coraggio di guardare e di farci provocare. È sorprendente che in un mondo come quello di oggi si possa arrivare ad avere una formazione artistico – culturale di tutto rispetto senza che nessuno ti abbia mai insegnato ad usare la ragione. Come si può crescere e diventare adulti senza aver mai pensato che la verità è per definizione e per esperienza sempre una sola?

Questo dimostra, ancora una volta, che l’educazione è davvero il primo bisogno e la prima  necessità dell’uomo di oggi, perché non soccomba, alienato, di fronte al deserto e al cinismo odierni. Capiamo ancor meglio perché don Giussani e Papa Benedetto XVI abbiano insistito in maniera sempre più incalzante su un uso corretto, e non ridotto, della ragione.  L’uomo di oggi è vittima di tre secoli di cultura razionalistica che ha ridotto la ragione a misura. La ragione autentica dell’uomo è, invece, tutta spalancata sulla realtà fino a cogliere quel quid nascosto che ci sfugge, il Mistero.

 (pubblicato su Tempi.it del 7-11-2013)