Inoltre, quel Dio che l’Innominato non ha mai negato o affermato, perché lui ha sempre vissuto come se non esistesse, ora gli sembra che gli gridi dentro di sé “Io sono, però”, espressione che riecheggia l’ebraico “Iahvé”. Una voce gli sembra, infatti, dire : “Fingi e vivi come se io non esistessi, io comunque ci sono e prima o poi con me dovrai fare i conti”.

 

Ebbene, in mezzo a questa crisi, giunge al castello dell’Innominato quella Lucia che il collega di ribalderie Egidio, l’amante della Monaca di Monza, ha facilmente rapito. Quella ragazza debole e apparentemente senz’armi appare all’Innominato non certo indifesa. La fede non l’abbandona in questo momento difficile. Di fronte al suo carceriere esclama: “In nome di Dio…”, ponendo così un dito nella piaga dell’Innominato che risponde :

“Dio, Dio, … sempre Dio: coloro che non possono difendersi da sé, che non hanno la forza, sempre han questo Dio da mettere in campo, come se gli avessero parlato. Cosa pretendete con codesta vostra parola. Di farmi…?”.

Allora Lucia pronuncia quella frase che salverà l’Innominato:

 

“Oh Signore! pretendere! Cosa posso pretendere io meschina, se non che lei mi usi misericordia? Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia!”.

 

Anche una semplice frase, un istante possono servire per la nostra salvezza o la salvezza altrui: è il concetto di merito cristiano, per cui non c’è istante che, se offerto a Dio, non possa valere per la salvezza di sé e del mondo. Qui, sarà ben presto evidente che poche parole pronunciate con fede e per fede si stamperanno nella mente sconvolta del ribaldo e nella notte che sta per sopraggiungere lo tratterranno da un folle gesto.

Giunta, infatti, la sera, l’Innominato non riesce a dormire, chiedendosi le ragioni per cui abbia acconsentito così repentinamente all’ennesima infamia. Preso da una cupa disperazione, decide di farla finita, impugna la pistola e se la pone alle tempie. Allora, la sua mente va alla vita che continuerà anche dopo la sua morte, ai suoi nemici che gioiranno della sua morte.

 

“E assorto in queste contemplazioni tormentose, andava alzando e riabassando, con una forza convulsiva del pollice, il cane della pistola; quando gli balenò in mente un altro pensiero. – Se quell’altra vita di cui m’hanno parlato quand’ero ragazzo, di cui parlano sempre, come se fosse cosa sicura; se quella vita non c’è, se è un invenzione de’ preti; che fo io? perché morire? cos’importa quello che ho fatto? cos’importa? è una pazzia la mia… E se c’è quest’altra vita…! -”.

Ovvero “Se Dio non esiste, tutto è permesso”: perché dovrebbe esistere il rimorso di coscienza per uno come l’Innominato che, impunito dalla legge, si considera al di sopra di tutto e di tutti? A meno che il cuore, richiamato  alla verità dell’esistenza dalla cruda provocazione della vecchiaia e della morte, non riprenda per un momento a battere in forma umana!

Di fronte al suicidio l’Innominato riflette sull’Aldilà riecheggiando la celebre “scommessa” di Pascal nei suoi Pensieri. Scrive, infatti, il Filosofo:

 

“Niente è così importante per l’uomo quanto il suo stato; niente gli è tanto temibile quanto l’eternità. E quindi non è affatto naturale che si trovino degli uomini indifferenti alla perdita del loro essere e al pericolo d’una eternità di miserie”.

Eppure, i più rimangono indifferenti rispetto al problema dell’eternità, taluni addirittura si compiacciono nell’affermare che nulla sopravvive alla morte. La maggior parte degli uomini teme anche le cose più insignificanti, non dorme per la paura di perdere dei beni, ma non si preoccupa per l’eternità (“Essi sono nel pericolo d’una eternità di miserie; e, come se la cosa non ne valesse la pena, trascurano di esaminare se si tratta di una di quelle opinioni che il volgo accetta con troppa credula facilità oppure di una di quelle che, pur essendo oscure per se stesse, hanno un fondamento solidissimo, sebbene nascosto”). Si gioca una partita in cui è necessario puntare, testa o croce, l’eternità o il nulla.

 

“Voi avete da perdere due cose: il vero e il bene, e due cose da impegnare: la vostra ragione e la vostra volontà, … e la vostra natura ha due cose da fuggire: l’errore e la miseria. La vostra ragione non riceve maggior danno scegliendo l’uno piuttosto che l’altro, perché bisogna necessariamente scegliere… Ma la vostra beatitudine? Valutiamo il guadagno e la perdita, scegliendo croce, cioè l’esistenza di Dio, … Se guadagnate, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla. Scommettete dunque che egli esiste, senza esitare…”.

Certo,  un discorso non può dar consolazione alla sofferenza umana e al dissidio interiore. Così, anche nel caso dell’Innominato, le sue riflessioni non smorzano la disperazione, anzi la acuiscono. Finché non gli torna in mente un volto, quello di Lucia, della carcerata incontrata quel medesimo giorno e che ha pronunciato una frase che, ora, sola sembra dare un po’ di refrigerio all’arsura del suo deserto, o, forse meglio, già inferno in terra:

 

Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia”.

Quelle parole sembrano emesse non già con una voce flebile, timida e impaurita, ma con un’autorevolezza di chi “dispensa grazie e consolazione”, l’autorevolezza di chi ha qualcosa da dire alla nostra vita e ci può dare una via di salvezza. Il suo pensiero va all’incarcerata che lui, senza motivo, sta facendo soffrire e lei gli appare come una liberatrice.