25 gennaio 2020 ore 10:00

su RADIO 5.9

IO, LA CRISI, LA SPERANZA. Riflessioni sulle nuove solitudini, sull’uomo tecnologico e su come invertire la rotta

L’ANTICHITÁ:

 LA SCOPERTA DELL’ANIMA,

L’USO DELLA RAGIONE E GLI EROI

 

Ci sono personaggi, mitici o storici, che sono diventati rappresentativi di un’epoca, di un popolo, dei suoi valori e delle sue tradizioni. Gilgamesh, Ulisse, Abramo, Mosè, Enea, Perceval, san Francesco, Orlando, Gargantua, Candido, Emilio, Ortis e Faust  sono una manifestazione della cultura di un popolo o di un secolo, incarnano la visione del mondo, il punto di riferimento ideale o alcune tendenze di cultura che si affermeranno negli anni successivi. In questo capitolo partiremo dalla perlustrazione di due culture dell’antichità, quella ebraica e quella greca[1], che appaiono fondamentali all’interno del cammino dell’uomo nella presa di coscienza di sé.

Il contributo degli Ebrei

 Per l’Antico Testamento l’unico essere creato a immagine di Yahweh è l’uomo. Il cuore è segno e sigillo di questa nostra somiglianza  con il Creatore.

Per noi occidentali, il termine «cuore» evoca soprattutto la vita affettiva. […] Per la Bibbia, invece,  il cuore è una realtà più ampia, che include tutte le forme della vita intellettiva, tutto il mondo degli affetti e delle emozioni, nonché la sfera dell’inconscio in cui affondano le radici tutte le attività dello spirito.

 

In altre parole, il cuore è l’intimità più profonda dell’uomo, «sede della volontà, delle decisioni, dell’etica», ma è anche da lì, a causa del peccato originale, che provengono «i cattivi pensieri, le fornicazioni, i furti, le uccisioni, gli adulteri».  Nel Nuovo Testamento Gesù sottolineerà la necessità di purificare il cuore, cioè di renderlo puro, perché aspiri alla giustizia, all’amore, al bene, all’amore di Dio e del prossimo. Infatti, proprio in questa aspirazione dell’uomo all’amore e al bene, in questa esigenza di felicità e di compimento risiedono la somiglianza dell’uomo con Dio e la sua aspirazione inesausta al Creatore.

Nella cultura ebraica l’uomo è composto da una condizione caduca e precaria (basar), da uno spirito vitale (ruah) e da uno spirito divino ricevuto da Dio (nefesh). «La ruah  è un principio vitale, un’indispensabile energia vitale  che sostiene la nefesh»[2]. Il termine basar non indica il corpo in senso stretto, ma la condizione di caducità cui è destinato ogni essere vivente.

 

Secondo il pensiero ebraico l’anima non è altro che la persona umana in quanto vivente nella sua carne. Anima e carne non sono fra di loro inseparabili, ma questa è la manifestazione esterna e visibile dell’altra. Non c’è pertanto nel mondo ebraico alcuna idea dell’anima che possa vivere indipendentemente dal corpo[3].

 

Ecco la ragione per cui per tanti secoli gli Ebrei hanno creduto che con la morte del corpo finisse tutto in una prospettiva lontana dalla concezione platonica di sopravvivenza dell’anima e di premio per i giusti. Il giusto, colui che rispetta la legge consegnata direttamente da Yahweh a Mosè, riceve il premio già in questa vita, tramite ricchezza e figli. L’empio cadrà nella povertà, la sua moglie sarà sterile. Dal rispetto della legge deriva, invece, la prosperità di Israele. L’ebreo vive nella coscienza di questo rapporto privilegiato con Yahweh (Dio, «io sono colui che sono») che non può essere rappresentato e il cui nome è impronunciabile. Yahweh non verrà mai meno alla santa Alleanza con il popolo eletto, nonostante tutti i tradimenti in cui possa cadere. Nell’antichità proprio questo rigoroso monoteismo distingueva gli Ebrei dagli altri popoli. Anche quando si mescolavano ad altre genti, gli Ebrei conservavano la fedeltà alla legge (Torah) e all’unico vero Dio, rifiutandosi di sacrificare agli altri dei. Certo, nella storia del popolo eletto non mancano cedimenti e tradimenti. Ai profeti spetterà il compito di richiamare il popolo alla fedeltà.

Per molti secoli gli Ebrei hanno creduto che non esistesse dopo la morte un premio per i giusti e un castigo per gli empi, perché tutti finiscono nell’Ade o Inferi o Sheoul. La sorte dei morti sarebbe, quindi, comune, in maniera molto simile alla concezione omerica. Col tempo, però, questa visione muta. Infatti, l’affermazione che il premio del giusto viene dato in questo  mondo appare sempre più infondata, di fronte a quanto accade nella realtà. Troppe sono le situazioni in cui si presentano casi di giusti sofferenti. Allora, dapprima si fa strada l’opinione che il giusto possa spesso patire per le colpe dei genitori fin quando il profeta Ezechiele (VI secolo a. C.) arriverà ad affermare con chiarezza che la responsabilità morale è personale.

Poi, nei secoli che precorrono l’avvento del Messia inizia a farsi largo nella religiosità ebraica la convinzione che l’anima sopravviva al corpo e che vi sia un destino diverso per i giusti e per gli empi. A partire dal II secolo a. C. si sviluppa una vasta corrente di letteratura apocalittica.

 

Un susseguirsi sempre crescente di calamità, nazionali e cosmiche, è il preludio necessario al giorno dell’Eterno, che vedrà lo sterminio dei cattivi, il ritorno dei giudei della Dispersione in una Palestina ormai liberata  e l’avvento di un’era di prosperità, di pace, di giustizia, di letizia, in una Gerusalemme più gloriosa che mai: un vero e proprio ritorno alla felicità paradisiaca delle origini. Sono queste le caratteristiche essenziali dei tempi messianici ai quali le apocalissi assegnano generalmente una durata determinata. […] Questo tuttavia non è che il primo atto dell’era escatologica propriamente detta. […] Al limite di questi ultimi tempi si colloca la resurrezione sia dei giusti soltanto, sia di tutti gli uomini; in quest’ultimo caso il Giudizio Finale dividerà buoni e cattivi, votando i primi alla beatitudine eterna, i secondi alla dannazione eterna o all’annientamento. […] Secondo una concezione in quell’epoca molto diffusa, i defunti conoscevano già, in Inferno o in Paradiso, il tormento o la felicità. Per questo aspetto, limitatamente alla sorte dei beati, il pensiero giudaico si avvicina all’idea greca di immortalità. Ma per la maggioranza dei giudei la nozione di un’anima completamente e per sempre privata del corpo, sia pure un corpo non di carne, era difficile da ammettersi. Per questo prevalse […] nel giudaismo […] l’idea di una resurrezione universale dei giusti e dei peccatori, separata dalla morte corporale da uno stato intermedio di attesaa.

I Greci: l’anima, la ragione e gli eroi

Accanto alla sorgente sacra ebraica anche la cultura greca ha un ruolo determinante nell’evoluzione della coscienza dell’uomo. La filosofia e l’arte greche occupano uno spazio di prim’ordine per la crescita della cultura occidentale successiva. Addirittura,

 

la filosofia, sia come termine sia come concetto, è considerata dalla quasi totalità degli studiosi come una creazione propria del genio dei Greci. In effetti, se per tutte le altre componenti della civiltà greca si trova un corrispettivo presso gli altri popoli dell’Oriente che raggiunsero un livello di elevata civiltà prima dei Greci […], per quanto concerne la filosofia, invece, noi ci troviamo di fronte ad un fenomeno così nuovo, che non solo non ha un corrispettivo preciso presso questi popoli, ma che non ha nemmeno qualcosa di strettamente e di specificatamente analogo[5].

 

Qual è la novità di questa disciplina?

 

Per quanto concerne il contenuto, la filosofia vuole spiegare la totalità delle cose, ossia tutta quanta la realtà, senza esclusioni di parti e di momenti. […] Per quanto concerne il metodo, la filosofia mira ad essere spiegazione puramente razionale di quella totalità che ha come oggetto. Ciò che vale in filosofia è l’argomento di ragione, la motivazione logica, il logos. […] Lo scopo o il fine della filosofia […] sta nel puro desiderio di conoscere e di contemplare la verità[6].

 

Proprio grazie alla filosofia la civiltà occidentale prese «una direzione completamente differente rispetto a quella orientale» e

 

gli Orientali, allorché vollero beneficiare della scienza occidentale e dei suoi risultati, hanno dovuto far proprie alcune categorie della logica occidentale. Infatti la scienza non è possibile in ogni cultura. Esistono idee che rendono strutturalmente impossibile il nascere e lo sviluppo di determinate concezioni, e addirittura idee che proibiscono l’intera scienza nel suo complesso. […] È stata la filosofia, in funzione delle sue categorie razionali, a rendere possibile la nascita della scienza e, in un certo senso, a generarla[7].

 

Oltre alla filosofia, anche l’arte greca segnerà in maniera indelebile il cammino futuro della cultura mondiale. L’apogeo dell’arte greca raggiunto nell’età di Pericle nel V secolo a. C. diventerà addirittura sinonimo stesso di classicità[8].

Tra le prime testimonianze letterarie di questa civiltà senza dubbio le più significative sono quelle dateci dai Poemi omerici. Nella tradizione omerica il destino dell’uomo dopo la morte è comune. Prodi eroi ed empi sono accomunati dallo stesso destino di tenebre e diventano pallida effigie di quanto furono in vita. Meglio esser un servitore ancora in vita che un grande eroe morto, dirà Achille, il più grande e valoroso, ad Ulisse che riesce a vedere la condizione delle anime nell’aldilà. Quando un uomo muore, più che l’anima è lo spirito vitale a fuoriuscire dal corpo e a trasmigrare nel luogo delle ombre.

 

Il vero uomo, per Omero, rimane solo quello visibile. Il cadavere, e non la psyche, è ciò che resta del vero uomo. E per questo il cadavere insepolto, o lasciato in pasto agli uccelli del cielo, alle fiere della terra o a i pesci del mare, costituiva la maggior sciagura dopo la morte.

 

Questa visione è comune alla visione greca per molti secoli, fino all’arrivo di Socrate. «Mai labbro pronunziò così questa parola»: anima.

 

Quando Socrate in Platone pronuncia la parola «anima» vi pone sempre un fortissimo accento e sembra avvolgerla in un tono appassionato e urgente […]. Per la prima volta nel mondo della civiltà  occidentale, ci si presenta quello che noi oggi ancora chiamiamo con la stessa parola […]. La parola anima per noi, in grazia delle correnti spirituali per cui è passata alla storia, suona sempre con un accento etico e religioso […], ma questo alto significato essa lo ha preso per la prima volta nella predicazione morale di Socrate.