Nella realtà dei fatti, poi, l’atteggiamento  più comune degli adulti riguardo al problema della felicità è, invece, permeato di un cinismo ben manifesto e talvolta quasi ostentato. Ad esempio, l’altra sera in una trasmissione televisiva dedicata all’ultimo scudetto appena vinto dall’Inter sono stati invitati ospiti importanti del mondo del calcio. Uno di questi è un noto redattore di una testata sportiva. Gli è stata posta la domanda su come abbia iniziato l’articolo di fondo del quotidiano sulla vittoria nerazzurra. Risponde: “Credo di aver usato la parola felicità, una parola che un adulto utilizza sempre con molto pudore, ma è come se fossi tornato bambino e allora la pronuncio”. Con quale tristezza ho sentito pronunciare questa parola felicità, come se fosse una bella favola da raccontare all’ingenuità dei bambini, ma quasi innominabile da uno che si reputi adulto e, quindi, da abolire dal vocabolario italiano.

 

Ma il cuore dell’uomo è nato per la felicità ed ecco, quindi, che non appena qualcuno osa ripresentarla e rimetterla a tema, l’attenzione di molti o forse dei giovani o di chi si sente ancora giovane sobbalza e rimane in ascolto, forse cercando la formula o la regola d’oro.

Quando nel  2006 è  uscito il film “La ricerca della felicità” di G. Muccino, ha sbancato i botteghini. Il protagonista del film, interpretato magnificamente da Will Smith, versa in una brutta situazione economica e viene per questo abbandonato dalla moglie. Deve, così, crescere il figlio da solo e cerca un lavoro che gli permetta di vivere in una situazione più agiata. In una scena ripensa alla Dichiarazione di indipendenza di Thomas Jefferson, laddove si citano il diritto alla vita, alla libertà, alla ricerca della felicità. Allora ripensa tra sé e sé : “Come faceva a sapere che la felicità è qualcosa che possiamo solo inseguire e che forse non riusciamo mai a raggiungere, qualunque cosa facciamo. Come faceva a saperlo?”. Si chiede come mai la parola “felicità” venga citata un paio di volte in un documento simile. Un giorno, il protagonista rimane colpito dai volti sereni e felici di alcuni brokers e decide anche lui di svolgere quella attività. Viene scelto per uno stage al termine del quale solo uno stagista su  venti    verrà assunto… Ma lui è certo di farcela.

Il film esalta la volontà e lo sforzo umani, l’uomo che non si arrende  e che ottiene ciò che desidera. “Se vuoi una cosa, vai e inseguila”  dice il padre al figlio in una scena del film. “Non permettere a nessuno di dirti che non sai fare qualcosa!”. L’ultimo capitolo del film viene intitolato “Felicità”: il padre  ottiene quanto ha perseguito con tutte le sue forze, viene premiato per i suoi sforzi ed è assunto.

Per quanto sia positivo che il film esalti sentimenti come quello paterno e l’inesauribile desiderio di compimento dell’uomo, l’accento è posto in maniera esagerata sugli sforzi umani, sulla volontà, sull’eroismo del self – made man, sul raggiungimento dei propri obiettivi, sul  “volere è potere”. Manca senz’altro qualcosa. Altrimenti la questione della felicità riguarderebbe pochi ed escluderebbe i più. Pensate, infatti, al protagonista del film: ce l’ha fatta, con una forte volontà e giocando le sue armi, il fascino, la simpatia, una certa affabilità e scioltezza nei modi, potremmo dire un certo savoir faire. Armi non da poco!

Questo libro nasce proprio dalla consapevolezza che la questione della felicità riguarda tutti. È stato scritto in un anno, dal settembre 2006 all’agosto 2007, ma è, in realtà, frutto di tante letture, di tanti anni di insegnamento nella scuola, scaturisce da una tradizione culturale e letteraria messa al vaglio della propria esperienza personale. È un saggio letterario, ma, nel contempo, un testo che ha un taglio esistenziale, che scaturisce  dal vissuto. Il testo nasce da una concezione della letteratura che considera l’opera letteraria  come occasione per incontrare un uomo attraverso la sua opera, un’occasione privilegiata, quindi. Questo può, però, accadere solo se il lettore investe il testo di domande proprio come accade di fronte ad una persona interessante che si vuole conoscere. Il testo parla e testimonia la sua ricchezza solo se chi ci sta davanti sa porgli le giuste domande.

Il titolo del libro deriva, poi, da una lettera che G. Leopardi indirizza all’amico e letterato belga A. Jacopssen a cui rivolge la domanda che ha più a cuore:

 

“Che cos’è dunque la felicità, mio caro amico? E se la felicità non c’è, cos’è dunque la vita?”

 

Questa è la domanda che dovrebbe dominare le nostre giornate, permeare come un soffio le nostre scelte, le nostre ragioni, i nostri sospiri, animare le nostre passioni,  le nostre amicizie, i nostri amori, riscaldare la tana in cui talvolta ci asserragliamo, pungolare il nostro lavoro quando si intorpidisce. Questa stessa domanda viene da noi “scordata”, cioè, come attesta il termine nell’etimologia, tolta dal nostro cuore con un’operazione innaturale, contro natura, che va contro quello che è il livello più vero del nostro io, della nostra persona. Io che scrivo sono professore al triennio di un Liceo di Milano. Quando mi capita  di chiedere agli studenti: “Perché ci si alza al mattino? Qual è la cosa per voi più importante della vita? Qual è la cosa che desiderate di più, il fuoco che arde quando vi muovete nelle vostre tante attività?”, raramente mi accade di sentir nominare la parola felicità, quasi censurata, termine innominabile, di cui si prova paura,  a cui si rinuncia. Dei giovani, a diciott’anni, non possono già aver rinunciato alla ricerca della felicità, non si possono già essere arresi; purtroppo, i discorsi  dei più  rivelano come la domanda sia già stata rimpiazzata da risposte, per lo più “recuperate” dal mondo degli adulti, in cui raramente  si discute della felicità. Anzi, spesso sono gli stessi adulti che, non avendo una risposta, scettici o già accomodati, mettono subito a tacere le domande dei figli, come se fossero domande inopportune, che non è lecito porsi. Sulla stessa scia, del resto, si poneva il celebre critico Sapegno ritenendo domande adolescenziali quelle che il Recanatese continuò a porsi per tutta l’esistenza, non solo ad un’età giovanile dal punto di vista anagrafico, ma anche più tardi quando il suo cuore indomito  continuava a cercare l’unica cosa per cui potesse valere la pena vivere. “È vera saggezza cercare questa felicità nell’ideale, come fa lei!” scrive Leopardi nella stessa lettera inviata all’amico  Jacopssen, che leggeremo e approfondiremo al momento opportuno. Felicità e Ideale vengono qui sentiti affini, della stessa natura o ,  meglio, in maniera per lui misteriosa e inspiegabile sembrano c’entrare tra loro.

A scuola, quando presento la figura di Leopardi nelle classi, bisogna fin da subito sfrondare i pregiudizi a cui i ragazzi sembrano essere affezionati quando si parla dello Scrittore, pregiudizi preconfezionati da tanta letteratura, da tanti “intellettuali che sanno”, da tanti professori che si accontentano del giudizio altrui su un autore, senza cercare di incontrarlo con il proprio cuore, come si incontra qualcuno che si aspetta da gran tempo. Ecco allora che dopo alcune lezioni incentrate  sulla natura della domanda di felicità espressa in maniera geniale dal Poeta, i ragazzi iniziano  a riscontrare una corrispondenza tra il desiderio espresso nelle pagine del Recanatese e il proprio cuore e ad avvertire una dissonanza tra quanto hanno sentito o letto e la parola che più incombe in maniera immeritata su tutta la produzione leopardiana: la parola pessimismo. Questa parola è come una frana  che cade dal monte sul bel paesino che è a valle, portando distruzione e rovina in tutto ciò che incontra, non lasciando altro che devastazione e della bellezza che c’era prima in quel luogo nulla più rimane. Lo stesso accade per qualsiasi autore che venga bollato di “pessimista”, nel gergo dei ragazzi “lo sfigato”: l’espressione all’istante incenerisce  la bontà delle intuizioni e del pensiero e cancella la bellezza della poesia. Le semplificazioni riducono la complessità dell’animo, le domande del cuore. Si tratterà, allora,  di scoprire se non sia più adeguato il termine realismo per gran parte dell’esplorazione umana compiuta da Leopardi sul cuore dell’uomo. Se di fronte a tante pagine dello Zibaldone, i ragazzi sentono una vicinanza, una sintonia, un calore, la percezione che quanto loro avevano nel cuore è stato espresso in maniera più lucida, chiara (perché il genio esprime meglio di noi  ciò che noi sentiamo vero ma non riusciremmo a tradurre in immagini, parole, musica), sarà il segno  che sul piano della descrizione e rappresentazione dell’animo umano Leopardi ha raggiunto un livello di semplicità (nel senso di non doppiezza e falsità) e nel contempo profondità rari se non unici. Se, poi, molte sue conclusioni, come vedremo, sono similari a quelle di un libro veterotestamentario come il Qoelet o  a quelle di un autore cattolicissimo come il Manzoni significherà pure che c’è grande sintonia tra la visione antropologica giudaico – cristiana e quella leopardiana, almeno nelle premesse  e nell’impostazione del problema. Ma di questo parleremo meglio  a suo tempo.

Il nostro percorso sarà accompagnato da Leopardi, però, solo fino ad un certo punto, laddove l’autore ci presenta il cuore umano come desiderio di felicità e il tentativo illusorio di perseguire la felicità attraverso surrogati o palliativi della felicità stessa. Lo stesso Leopardi formulerà delle ipotesi concrete e per lui più realistiche per raggiungere la felicità. A questo punto, il nostro tragitto si imbatterà in sentieri percorsi da  altri autori che hanno descritto, partendo dal vivo della loro esperienza, l’incontro con una risposta  plausibile.

È chiaro che, considerate la complessità della questione e la vastità dei letterati che avremmo potuto prendere in considerazione, si  è resa necessaria una scelta antologica che privilegiasse e salvasse la linearità del percorso e che, nel contempo, trasmettesse nella maniera più semplice possibile  il desiderio di comunicare un’esperienza umana.

Evidentemente questa è un’opera di letteratura, che parte, però, dal presupposto che leggere un autore significa incontrare una persona con la nostra umanità, con le nostre domande sull’esistenza e sulla vita e con le risposte da lui incontrate. Leggere un autore può, quindi, significare percorrere un pezzo di strada che ha già percorso lui, sui suoi passi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] G. Leopardi, Lettere, a cura di M. Cappucci, Salani. La traduzione della lettera a A. Jacopssen del 23 giugno 1823 qui riportata è di H. Grosser, presente in Guglielmino – Grosser, Il sistema letterario 2000, Milano, Principato, 2001, Vol. II, testi 5, p. 401.