alt“Che cos’è dunque la felicità, mio caro amico? E se la felicità non c’è, cos’è dunque la vita?”.

 

Un libro sulla felicità, dunque. Quante opere sono state scritte sul tema, nel passato!

Basti pensare alla Lettera sulla felicità di Epicuro indirizzata a Meneceo o al De vita beata (Sulla felicità) di A. Seneca o alle tante pagine dedicate al tema da Platone e Aristotele  oppure ancora, tanto per addurre un esempio tratto dall’età contemporanea, ai Consigli sulla felicità di A. Schopenhauer.

Quanti libri presentano oggi la questione della felicità in termini di benessere fisico o psichico, oppure strettamente connessa alla capacità di accettarsi e di valorizzarsi o di imporsi o di far carriera. La questione umana e della felicità viene, così, ridotta ad un problema fisiologico o chimico o psicologico e a molti appare che esistano delle ricette o delle pillole per la felicità. Felicità in pillole, dunque: come se esistessero delle componenti chimiche che possano davvero rispondere al nostro desiderio di felicità o delle regole per potersi dire felici.

Se poi parliamo del cinema o della pubblicità ci accorgiamo che la felicità è quasi sempre accoppiata a uomini ricchi e fascinosi in compagnia di belle donne, come se fosse prerogativa esclusiva di pochi e dono inaccessibile ai più. L’equazione più diffusa e conosciuta  nel mondo occidentale è dunque “carriera più soldi più belle donne uguale felicità”.  Questa immagine viene, in realtà, confezionata ad arte da un mondo di adulti che cerca di pilotare i bisogni dei giovani per interessi direi quasi esclusivamente commerciali. Governare e indurre i bisogni nei giovani significa, infatti, comandarne le menti e i consumi. Il potere muove, così, tante persone che pensano di essere libere, paradossalmente, proprio nel soddisfare quei bisogni con cui sono stati bersagliati a non finire.